Uno spazio di confronto tra visioni, competenze e responsabilità, per comprendere il presente e formare le generazioni che costruiranno il futuro.
Dialoghi sul Mondo Ideale
Ho sempre pensato che il Mondo Ideale non fosse qualcosa da raccontare,
ma qualcosa da costruire.
Non nasce da una sola voce,
ma dal dialogo tra esperienze, visioni e responsabilità.
Per questo nasce questa sezione:
uno spazio aperto a chi ha qualcosa da dire non per convincere,
ma per contribuire.
A chi studia, a chi crea, a chi guida,
a chi sente il dovere di lasciare un segno.
Credo che il pensiero, quando è condiviso,
diventi una forza concreta.
E credo che accompagnare questo dialogo
sia oggi una responsabilità.
Perché il Mondo Ideale non è lontano.
Dipende da ciò che scegliamo di costruire, insieme.
Michele Piano
Il Mondo Ideale
ISSN (online): 3043-0240
Conservazione digitale
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Dialoghi sul Mondo Ideale
Uno spazio di confronto tra visioni, competenze e responsabilità, per comprendere il presente e formare le generazioni che costruiranno il futuro.
Dialoghi cominciati durante il Convegno del 2024:
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Dialoghi sul Mondo Ideale
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Dialogo con Luisa Brunori
Win Win: dall’economia della competizione alla pedagogia dell’empatia
Apriamo i Dialoghi sul Mondo Ideale con un contributo della prof.ssa Luisa Brunori, presidente dell’Associazione WinWin, che intreccia psicologia, pedagogia, economia e neuroscienze per proporre una visione alternativa delle relazioni umane.
Viviamo in una società che ha assunto la competizione come paradigma dominante, trasformando il conflitto in regola e l’esclusione in conseguenza spesso inconsapevole. Ma il mondo che le nuove generazioni si troveranno ad abitare — e a governare — sarà ancora più complesso, fragile e interdipendente.
Per questo, la sfida non è solo economica o tecnologica: è formativa.
Non basta preparare individui capaci di competere. Occorre formare persone capaci di comprendere, cooperare e costruire valore condiviso, sviluppando consapevolezza dei propri comportamenti e delle loro conseguenze sugli altri e sulla società.
A partire dalla teoria dei giochi di John Nash, dall’esperienza del microcredito di Muhammad Yunus e dalle neuroscienze dei neuroni specchio, questo contributo propone una prospettiva diversa: una cultura win win, fondata sull’empatia, sulla reciprocità e sulla possibilità che il benessere individuale e quello collettivo crescano insieme.
Il progetto Win Win non è solo un’idea: è uno strumento educativo. Un modo per accompagnare le nuove generazioni verso una forma di convivenza più consapevole, inclusiva e umana.
È da qui che vogliamo iniziare.
La volontà è l’unica arma contro le difficoltà: non rinunciamoci.
Soprattutto quando si tratta di accompagnare le nuove generazioni nel mondo che erediteranno.
Michele Piano
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Dialoghi sul Mondo Ideale
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Dialogo con Enzo Palumbo
La democrazia liberale tra rappresentanza e governabilità
Dopo aver aperto i Dialoghi sul Mondo Ideale con una riflessione di natura pedagogica e relazionale, proseguiamo il percorso con un contributo di forte spessore istituzionale e politico.
Il senatore Enzo Palumbo, presidente del partito Democrazia Liberale, affronta uno dei nodi centrali delle democrazie contemporanee: il rapporto tra rappresentanza e governabilità, e il ruolo del sistema elettorale nel garantire l’equilibrio tra queste due esigenze.
Il testo attraversa, con rigore storico e costituzionale, l’evoluzione della rappresentanza politica, mettendo in luce come la sua progressiva compressione — spesso giustificata in nome della governabilità — rischi di indebolire le basi stesse dello Stato di diritto.
In un tempo in cui la semplificazione decisionale viene spesso presentata come valore assoluto, questa riflessione richiama la necessità di preservare il pluralismo, la qualità della rappresentanza e il ruolo delle istituzioni come luogo di sintesi degli interessi collettivi.
Anche questo contributo si inserisce pienamente nella missione del Mondo Ideale: contribuire alla formazione di una nuova consapevolezza, soprattutto nelle giovani generazioni, chiamate a comprendere e governare sistemi sempre più complessi.
di Enzo Palumbo
Senatore – Presidente Democrazia Liberale
Rappresentanza e governabilità: un equilibrio a rischio
Testo integrale dell’autore.
LA DEMOCRAZIA LIBERALE TRA RAPPRESENTANZA E GOVERNABILITÀ
di Enzo Palumbo
SOMMARIO: A) LA RAPPRESENTANZA: 1) origine ed evoluzione; 2) la nascita della rappresentanza politica; 3) la rappresentanza politica nell’evo moderno; 4) la rappresentanza politica nell’attualità; B) LA GOVERNABILITÀ: 1) il concetto di governabilità; 2) la governabilità come possibilità di governare; 3) la risposta dei conservatori; 4) quella dei riformisti; 5) e quella dei liberali; 6) le torsioni al nostro sistema istituzionale; 7) il governo, tra government e governance; 8) le tentazioni del potere; C) IL SISTEMA ELETTORALE: 1) la sentenza della Corte Costituzionale n. 1-2014 e i principi che ne derivano; 2) la sentenza della Corte Costituzionale n. 203-1975; 3) la sentenza della Cassazione n. 8878-2014; D) CONCLUSIONI.
A) LA RAPPRESENTANZA
1) ORIGINE ED EVOLUZIONE.
Il termine "rappresentanza" deriva dal latino arcaico re-ad-presentàre, da cui il latino classico repraesentàre; questo verbo è dunque composto dalla particella re ("di nuovo"), da praesens, accusativo praesentem ("presente") e dalla particella interposta ad ("a").
Dunque, il significato più letterale è quello di "rendere presenti cose precedenti", e cioè di esporre sia fisicamente che mentalmente figure o fatti appartenenti al passato, rendendole attuali.
Nell’età classica, greca e romana, il concetto di rappresentanza politica (e cioè collettiva) non esisteva, mentre era ben presente il concetto di rappresentanza individuale-privatistica: i campi sociali erano ristretti, essendo molto limitato il numero dei cittadini che avevano pienezza di diritti, e quindi le scelte della polis, quelle cioè “politico-legislative” avvenivano in modo diretto, nella piazza (agorà) tra i pochi che vi avevano accesso, mentre le scelte esecutive venivano delegate direttamente dai cittadini ai magistrati.
Nell’età medievale, caratterizzata dalla commistione tra popoli c.d. barbari e popoli dell’impero, e quindi dalla progressiva estensione della dimensione degli aggregati sociali e dalla loro strutturazione in gruppi e dalla progressiva estensione della cittadinanza anche a ceti che ne erano prima esclusi, le scelte politiche non poterono più essere affidate alle riunioni occasionali di cittadini.
E così i gruppi (prima le tribù, i clan, e poi anche i gruppi produttivi, le corporazioni) ciascuno dei quali presentava un certo grado di omogeneità, cominciarono a eleggere, più spesso a nominare, i loro rappresentanti all’interno della più vasta organizzazione sociale della quale facevano parte.
In sostanza, le rappresentanze politiche medioevali avevano un carattere di tipo corporativo, in cui c’era uno stretto rapporto tra il gruppo e il mandatario, che del gruppo era solo il portavoce, e quindi si trattava ancora di una rappresentanza in cui prevaleva l’aspetto privatistico.
Caratteristica essenziale di questo tipo di rappresentanza era naturalmente il c. d. “mandato imperativo”, nel senso che il mandatario non era libero di agire secondo le sue personali convinzioni, ma era vincolato all’incarico ricevuto dal gruppo sociale che lo aveva delegato, proprio in ragione del suo originario carattere privatistico.
Emblematico in questo senso era il sistema degli Stati Generali della Francia dell'ancien régime, allorché i tre Stati (nobiltà, clero, borghesia) si riunivano separatamente e ciascuno dei componenti era vincolato alla decisione dell’assemblea del suo ceto, con la conseguenza che nobiltà e clero finivano sempre per trovare un accordo in danno del "terzo Stato".
Questo sistema rimase in vigore per quasi cinque secoli sino agli Stati Generali del 1789, e venne travolto proprio dalla rivolta del Terzo Stato, che ottenne prima la riunione congiunta degli Stati Generali, così divenuti una sorta di embrionale parlamento, e finì poi per estromettere gli altri ceti, proclamandosi rappresentante esclusivo della nazione e introducendo nella Costituzione del 1791 il principio della libertà di mandato, che si è poi via via trasferito in tutte le costituzioni democratiche dell’era moderna.
2) LA NASCITA DELLA RAPPRESENTANZA POLITICA
Nell’Europa continentale l’autorità centrale era spesso assai debole, in continuo conflitto con le altre autorità centrali, per cui i ceti sociali sottostanti non se ne sentivano oppressi ma spesso ne cercavano la protezione; l’evoluzione fu quindi più lenta, anche perché ogni gruppo, proprio in ragione del conflitto con gli altri, sentiva l’esigenza di ricercare una protezione esterna.
In Inghilterra, invece, lo sviluppo del concetto di rappresentanza politica fu più celere, ed è proprio per questo che quel paese è generalmente considerato come la patria della democrazia rappresentativa.
Il motivo si fa risalire al fatto che in Inghilterra l’autorità centrale, quella del re, almeno a partire dal normanno Guglielmo il conquistatore, fu molto forte, e ciò costrinse i ceti sociali (a cominciare dall’aristocrazia) ad una contrapposta coesione interna, nel tentativo di limitare i poteri del monarca.
Emblematico, in tal senso, lo scontro tra l’aristocrazia ed il potere regio, che portò all’emanazione della Magna Charta Libertatum, dalla quale sostanzialmente discendono tutte le libertà dell’evo moderno.
In quell’anno, il 1215, Giovanni Senza Terra, re d’Inghilterra, fu costretto a stringere coi baroni, che si erano sollevati in armi, un patto che concedeva a quei nobili una sorta di diritto di veto su ciò che oggi chiameremmo prelievo fiscale e spesa pubblica, mentre la litigiosa dinastia Plantageneta si assicurava il consenso di quella che potremmo oggi definire come la classe dirigente dell’epoca.
Il re, ovviamente di mala voglia, s’impegnò a non riscuotere le tasse ereditarie e le imposte per la guerra se non col consenso dei baroni, salvo poi provare a rimangiarsi l’impegno, che però era ormai entrato nella mentalità del tempo, sino al punto che, ottanta anni dopo, nel 1297, il re Edoardo I emanò la “Confirmatio Chartarum”, dando così stabilità a una sorta di tacita clausola che da allora regolerà tutti i rapporti tra i governi e i popoli, codificata nella formula “no taxation without representation”.
Inizia da qui la più antica “riserva di rappresentanza” che si conosca, per cui solo assemblee rappresentative hanno il diritto di tassare i cittadini; e questo principio si è andato poi consolidando, man mano che gli spazi della libertà sono andati espandendosi, con il “bill of rights” del 1689 della gloriosa rivoluzione inglese.
Ed è anche la causa principale della rivoluzione americana del 1776, che si fa comunemente risalire alla rivolta dei coloni che, per protesta contro la tassazione sul the del 1773, inscenarono (è il caso di usare proprio questa espressione, posto che si travestirono da indiani) quello che passò alla storia col nome di “Boston Tea Party (ricevimento del the di Boston)” del 16 dicembre 1773.
Quella notte ci fu l’assalto dei coloni americani alle navi che trasportavano il tè cinese, le cui balle vennero sversate nelle acque del porto di Boston.
Da quell’evento, per stare all’attualità, ha preso il nome il movimento antitasse di quasi venti anni fa, noto come Tea Party, che, per la verità, ne ha in qualche modo usurpato il nome.
Per quanto possa apparire paradossale, il “tea act” del 1773 non aumentava la tassazione sul the americano, ma piuttosto alleggeriva quella sul the cinese importato dalla compagnia inglese delle indie orientali, così facendo diventare non competitivo quello commercializzato localmente dai coloni, che lo importavano di contrabbando dall’Olanda; e quindi, se si vuole stare a quell’episodio, la protesta dei coloni si era rivolta contro un provvedimento che abbassava una tassa e favoriva la concorrenza, in termini contraddittori rispetto a ciò che sono andati sostenendo i tardi epigoni di quell’antico evento, che poi nel 2016 sono stati di fatto assorbiti nell’elettorato populista che ha sostenuto il primo mandato di Trump e poi nel movimento MAGA che lo ha eletto per il suo secondo mandato.
C’è da dire, tuttavia, che quella del 1773 fu solo la scintilla che diede fuoco alle polveri che già covavano da tempo sotto le ceneri, perché il parlamento della madre patria inglese, nel quale i coloni americani non erano adeguatamente rappresentati, aveva imposto alcune esose tassazioni su una serie di produzioni locali; si ricordano in tal senso: il “sugar act” del 1764 (su zucchero, caffè e vino), lo “stamp act” del 1765 (su materiale stampato), il “townshends act” del 1767 (su vetro, carta e pittura).
Quell’antica regola, per cui non vi può essere tassazione senza rappresentazione, era ormai entrata nel sentire comune, e infatti lo slogan iniziale fu proprio quello di cinque secoli prima: “no taxation without representation”.
Da allora, in tutte le organizzazioni statuali, anche le meno democratiche, la tassazione è rimasta compito precipuo delle sedi della rappresentanza, e cioè dei parlamenti variamente denominati, anche se spesso dominati dagli autocrati o dalle oligarchie di turno dei tanti paesi che non hanno metabolizzato pienamente i principi della democrazia liberale sino al punto da teorizzare l’avvento delle “democrazie illiberali”.
3) LA RAPPRESENTANZA POLITICA NELL’EVO MODERNO
Nell’evo moderno, che comincia con la Rivoluzione francese del 1789, il concetto di rappresentanza politica subisce così una profonda trasformazione, cessa di essere privatistica e diventa pubblicistica.
Era infatti accaduto che i gruppi sociali si erano andati estendendo e, man mano, assemblando secondo vincoli non più familiari, ma nascenti da comunanza di lingua, tradizione, indole, trovando sistemazioni territoriali, e, all’interno dei territori, secondo coalizioni di classi sociali e quindi di interessi.
La rappresentanza politica cessa così di essere rappresentanza particolare di gruppi e diventa rappresentanza territoriale e, via via, nazionale, e per ciò stesso, sparisce il vincolo del mandato imperativo, essendo invece il rappresentante libero di seguire i suoi personali convincimenti, pur sempre nell’ottica di interpretare l’interesse generale della società.
Un primo accenno del superamento di tale concezione privatistica si ha nella Costituzione degli Stati Uniti del 1787 e nella Costituzione francese del 1793, in cui compariva l’affermazione che ogni deputato appartiene alla nazione intera; e poi, con l’affermazione dello Stato liberale e il definitivo superamento della società divisa in ceti, il Parlamento diventa il luogo della sintesi politica degli interessi particolari nell’interesse generale e questa sintesi è logicamente (oltreché giuridicamente) incompatibile con l’idea che i deputati siano i mandatari dei soli propri elettori.
Per la storia, non è mancato, neppure nell’evo moderno, il tentativo di reintrodurre il vincolo di mandato.
Durante il brevissimo periodo della Comune di Parigi (1871) il sistema del mandato imperativo venne riesumato, e però subito dopo abbandonato con la fine di quella sanguinosa esperienza; e qualcosa del genere è avvenuta nei paesi di socialismo reale, nei quali la contestazione radicale dei principi del costituzionalismo liberale ha portato alla affermazione degli opposti principi del mandato imperativo e della revocabilità degli eletti.
Infatti, l’art. 107 della Costituzione dell’URSS del 1936 (e similmente l’art. 142 della Costituzione dell’URSS del 1947) stabilì che “Il deputato ha l’obbligo di rendere conto del suo lavoro e del lavoro del Soviet agli elettori ed anche ai collettivi ed alle organizzazioni sociali che lo hanno presentato come candidato a deputato. Il deputato che non si sia mostrato degno della fiducia degli elettori può essere revocato in qualunque momento, per decisione della maggioranza degli elettori, secondo la procedura stabilita dalla legge”.
Al che va aggiunto il particolare, tutt’altro che irrilevante, che la revoca era affidata alle strutture di base del PCUS (sindacati, Komsomol, organizzazioni sociali, collettivi di lavoro, etc.) e veniva esercitata con voto palese; e qualcosa del genere è avvenuta negli altri Stati socialisti dell’est europeo (artt. 1, 5 e 87 Cost. Polonia 1952; artt. 56 e 57 Cost. D.D.R. 1974).
Si è trattato comunque di un retaggio del passato, e credo che nessuna persona ragionevole possa avere voglia di regredire sino al punto di reintrodurre un qualsiasi strumento giuridico per affermare la “dittatura” di un gruppo sociale o di un movimento politico, quale che esso sia, sulla libera manifestazione del mandato parlamentare, che, all’occorrenza, potrà essere oggetto di una sanzione politica o sociale, mai di una sanzione giuridica.
4) LA RAPPRESENTANZA POLITICA NELL’ATTUALITA’
Oggi, per rappresentanza s’intende normalmente la trasmissione formale della capacità rappresentativa dalla totalità degli individui che compongono una società (dalla più semplice alla più complessa), cui naturalmente appartiene quella che siamo abituati a chiamare la “sovranità”, a un organismo che diviene così legittimato a esprimerla in deliberazioni e in decisioni politiche vincolanti per tutti gli associati (cioè per conto e nell’interesse della polis), senza di che, nelle società moderne sempre più complesse, ogni deliberazione e ogni decisione politica sarebbero impossibili.
E a questa moderna concezione della rappresentanza, in tutti gli Stati che possiamo definire di costituzionalismo liberale, si accompagna, come corollario ineludibile, l’assenza di ogni ipotesi di mandato imperativo (art. 7, sez. III, cap. I, tit. III, Cost. Francia 1791; art. 41 Statuto albertino; artt. 34 e 35 Cost. Francia 1848; parr. 93 e 96 Cost. Francoforte 1849; art. 29 Cost. Germania 1871; art. 21 Cost. Germania 1919; art. 67 Cost.; art. 38 Legge fondamentale Germania 1949; art. 27 Cost. Francia 1958; art. 152 Cost. Portogallo 1976; artt. 66 e 67 Cost. Spagna 1978; art. 161 Cost. Svizzera 1999).
Viene così istituzionalizzato il definitivo superamento della società divisa in ceti; il Parlamento diventa il luogo della sintesi politica degli interessi particolari nell’interesse generale e nasce così il “paese legale”, che è per definizione rappresentativo del “paese reale”, secondo il metodo del c. d. ”rispecchiamento”, che tuttavia è pur sempre relativo, sia per l’impossibilità di rappresentare tutte le forze, anche quelle più piccole, che si muovono nella società al momento della formazione degli organi rappresentativi, sia per le mutazioni successive che inevitabilmente si verificano nel medesimo corpo sociale tra un’elezione e l’altra.
Alla formazione dell’organo del “paese legale” si accompagna, come naturale corollario, il concetto di “responsabilità politica”, nel senso che i rappresentanti, pur non essendo vincolati da un mandato giuridico nei confronti dei loro elettori, sono tuttavia legati a un mandato politico nei confronti di tutto il corpo elettorale, anche di quella parte che non li ha votati, dovendone quindi rispondere alla successiva occasione elettorale, e talvolta anche in pendenza di mandato, come accade nelle numerose elezioni che si succedono tra una scadenza generale e l’altra, frequenti in tutte le democrazie ancorché in sedi ed occasioni diverse (elezioni territoriali significative, elezioni suppletive, elezioni di medio termine, occasionali referendum).
B) LA GOVERNABILITA’
1) IL CONCETTO DI GOVERNABILITA’
Il concetto di “governabilità” è relativamente recente, misurando essa la possibilità di governare una società nella quale si confrontano spinte inevitabilmente numerose e spesso contrapposte, nel contesto di procedure inevitabilmente complesse, quali solo nell’evo moderno, e ancora più nella contemporaneità, è dato di individuare.
Ben più antico, e anzi primordiale è il concetto di “governo”, che per lungo tempo è stato sinonimo di “autorità”, l’uno e l’altra concentrati, senza alcuna distinzione soggettiva, nell’individuo che, di volta in volta, in ragione della sua posizione, si trovava ad assumere funzioni di gestione, a partire dalle società più piccole come la famiglia, passando poi attraverso il clan e la tribù, sino alle società più diversificate per lingua, insediamento territoriale, tradizione, cultura.
Mi occuperò ovviamente solo del concetto moderno di governabilità, della quale si danno comunemente varie accezioni, potendo essere intesa come: capacità di governare, o abilità nel governare, o ancora possibilità di governare.
Le prime due sono caratteristiche soggettive del governare, perché attengono essenzialmente al soggetto che ne è investito, si compenetrano l’una nell’altra, anche se talvolta possono differenziarsi: si può avere (spesso all’inizio) la capacità di governare, ma la si può perdere o pregiudicare se non si ha un sufficiente grado di abilità.
Ciò che più interessa in questa sede, e che chiamerò “tout court”, governabilità, è invece la “possibilità di governare”, che è una caratteristica oggettiva del sistema politico, e può prescindere dalla capacità e abilità di chi è investito del suo esercizio, ancorché non troppo a lungo, perché se esse vengono a mancare, possono mettere in crisi il sistema e generare quella che si usa chiamare “crisi di governabilità”, che talvolta finisce per sfociare nella “ingovernabilità”.
Ed è proprio quando si verifica questa ipotesi che si avverte il problema della “governabilità”, che in casi normali viene invece considerata un elemento naturale, spontaneo, di ogni società che sia minimamente organizzata, dall’evo più antico sino alla contemporaneità, dal nucleo più piccolo (la famiglia) sino alle società più complesse (lo Stato, la comunità internazionale).
2) LA GOVERNABILITA’ COME POSSIBILITA’ DI GOVERNARE
La governabilità, intesa come possibilità di governare insita in un ordinamento costituzionale, si fa normalmente discendere dalla presenza di due caratteristiche fondamentali: stabilità politica e capacità decisionale.
In situazioni di estremo disordine sociale, in cui nessuno riconosce a nessun altro il potere/dovere di governare, manca la stabilità politica e quindi non esiste la governabilità, se non per brevi periodi nei quali occasionalmente prevale chi è in grado di sfruttare a suo vantaggio le forze in campo, imponendo di volta in volta le regole che più gli convengono.
In periodi di tranquillità sociale, la stabilità non va tuttavia intesa come permanenza al potere dei governanti, quanto piuttosto come stabilità delle forme di governo e come ordinato succedersi dei governanti, che possono naturalmente cambiare secondo regole prefissate e generalmente riconosciute.
Per stare all’Italia, tutto il periodo della c.d. prima Repubblica, che ha registrato tanti diversi governi e tantissimi governanti, nel sentire comune viene di solito considerato come un periodo di grande instabilità quando invece, pur nel mutare dei tanti governi, le formule politiche cui quei governi si ispiravano hanno registrato una grande stabilità politica essendosi succedute solo quattro formule diverse in quasi 50 anni: centrismo, centrosinistra, solidarietà nazionale, pentapartito.
In tutto questo periodo la società si è evoluta progressivamente e la politica ne ha seguito costantemente l’evoluzione, senza strappi traumatici, posto che ogni forma di governo successivo è stata preparata gradatamente da quella precedente come sua naturale evoluzione e la rispettiva legislazione ne ha naturalmente seguito senza strappi traumatici il medesimo percorso con naturali mutamenti che venivano di volta in volta metabolizzati prima nella società e poi nella politica.
Invece, la c.d. seconda repubblica, che magari ha visto il succedersi di un numero minore di governi, è quella che ha registrato una maggiore instabilità politica; di legislatura in legislatura, ogni governo è stato alternativo al precedente, e proprio per questo, la legislazione ne ha subìto le conseguenze, perché, al succedersi delle legislature, ogni governo è apparso primariamente impegnato a disfare la parte caratterizzante dell’azione di governo della legislatura precedente.
E quindi, se si vuole misurare il tasso di stabilità politica sulla base di questi parametri, che sono oggettivi ma che il senso comune fatica a percepire, si può affermare che la seconda repubblica, ancorché con governi più duraturi, appare caratterizzata da una significativa dose di ingovernabilità, mentre la prima appare un esempio di governabilità pur in presenza di governi di breve durata.
L’altro elemento che oggettivamente caratterizza la governabilità è la capacità decisionale, che non va intesa come manifestazione di “forza” dei decisori, ma come potenzialità del sistema di produrre decisioni, e cioè di tradurre la quantità di potere di cui si dispone in qualità dell’azione di governo.
Per intenderci, il massimo di potere (l’autocrazia, in cui il governante risponde solo a sé stesso) comporta certamente il massimo di forza decisionale, ma non è altrettanto certo che produca il massimo di qualità della decisione: basti pensare all’autocrazia zarista, al terzo reich tedesco, al regime fascista o all’oligarchia sovietica, per constatare che la forza decisionale massima di cui quei governanti disponevano non è mai riuscita a tradursi in vera e propria capacità decisionale, intesa come “qualità del governare” le rispettive società, che proprio per questo hanno finito per ribellarsi
Emerge quindi la necessità dell’esistenza di alcune condizioni, che legittimino la capacità decisionale, e cioè l’esistenza di strutture politiche che siano in grado di raccogliere le istanze presenti nelle società moderne, che sono estremamente complesse, articolandosi e aggregandosi in ragione di visioni, sentimenti e interessi comuni, che poi si manifestano nella sede della rappresentanza.
Da qui nasce la necessità della predisposizione di una serie di strumenti che sono tipici delle democrazie rappresentative anche se talvolta possono all’apparenza esistere nelle democrazie autoritarie dove tuttavia non si riscontrano quelli che ne devono essere gli essenziali elementi costitutivi:
a valle, un elemento che chiamerei “statico”, proprio perché presente dappertutto: le sedi istituzionali (le assemblee parlamentari, comunque denominate) destinate a coloro che hanno il compito formale di rappresentare le domande politiche della società;
a monte, un altro elemento, anch’esso presente dappertutto e quindi anch’esso “statico”: le strutture statuali di vertice (le istituzioni di governo), cui tocca di tradurre in corrispondenti decisioni le domande filtrate a valle;
tra l’uno e l’altro, un elemento di raccordo, questa volta variabile: i filtri, e cioè i meccanismi elettorali che traducono i voti in seggi parlamentari.
E siccome le società moderne sono complesse e le domande che ne emergono sono tantissime, ne consegue quello che è stato definito da G. F. Pasquino il sovraccarico delle domande, che, per poterle soddisfare. devono essere necessariamente filtrate, il che può avvenire con due contrapposte modalità: comprimendo le domande (ed è, sostanzialmente, l’impostazione dei c. d. conservatori, per i quali quasi nulla va modificato), ovvero moltiplicando le risposte (ed è, sostanzialmente, la posizione dei c. d. riformisti, per i quali quasi tutto va cambiato).
3) LA RISPOSTA DEI CONSERVATORI
I conservatori mirano a comprimere le domande sociali, scoraggiando o bypassando o egemonizzando i gruppi organizzati, disincentivando la mobilitazione sociale, infine facendo coincidere al massimo del possibile le sedi deliberative e quelle decisionali, sino a giungere, in casi estremi, alla “reductio ad unum” tipica delle società autoritarie per le quali, almeno in periodi emergenziali, sarebbe opportuno ricorrere a una contrazione della partecipazione democratica in ragione della necessità di superare situazioni di particolare crisi economica o disordine sociale.
Nei casi più estremi, tale tendenza deborda dal campo della politica economica e si traduce nel campo della politica “tout court”, attraverso la riduzione degli stessi spazi di democrazia politica, ritenuta funzionale a una politica economica estrattiva: si possono portare a esempio, per le società da noi più lontane la Cina e l’Iran, e per quelle che ci sono più vicine la Russia di Putin, l’Ungheria di Orban, la Turchia di Erdogan e ora forse anche gli USA di Trump.
4) LA RISPOSTA DEI RIFORMISTI
I riformisti mirano invece ad aumentare le risposte attraverso la spesa pubblica, com’è accaduto in molti paesi europei, in particolare in Italia, specie nell’ultima fase della c. d. prima repubblica ed in alcuni della seconda repubblica.
Essendo le risorse limitate, se manca una grande capacità di selezionare le domande e di indirizzare saggiamente le risorse, ecco che i riformisti entrano in crisi, e nel tentativo di dare egualmente le risposte, finiscono per moltiplicare le risorse nominali ricorrendo all’indebitamento pubblico e scaricandolo sulle generazioni successive.
In tal senso si può dire che i riformisti sono parte del problema, e non sono la sua soluzione, poiché la loro impostazione conduce inevitabilmente alla crescita del debito pubblico, all’impossibilità di coprirlo con le ordinarie risorse, e quindi alla sua crescita e anche all’incapacità di continuare a dare le risposte che la società si attende.
Da qui può originare una crisi di governabilità, cui si fa fronte sostenendo che l’incapacità di selezionare le domande (e quindi l’impossibilità di soddisfarle) non dipende dalla mancanza di qualità decisionale in chi governa (l’elemento soggettivo), ma piuttosto dalle strutture organizzative dello Stato (l’elemento oggettivo, a valle i parlamenti, e a monte i governi).
E da qui la spinta a cambiare schema di gioco, e quindi a trasferire il dibattito sul piano delle grandi riforme, quelle istituzionali, che, non a caso, sono stati proprio i riformisti a sostenere per primi (si pensi al Craxi degli anni ottanta del secolo scorso e al Renzi del biennio 2014-2016), per poi essere emulati dai conservatori succedutisi al governo.
Il fatto si è che, così operando, anche i riformisti che si sono iscritti in questa scuola di pensiero hanno finito per adottare la stessa linea dei conservatori, e cioè quella di comprimere le domande della società invece di provare a selezionarle secondo un ordine di priorità, che è poi il vero compito di chi è chiamato a governare; ne è nata così una categoria politica che chiamerei quella dei neo-riformisti, la cui incapacità di selezionare le domande, spesso per timore di impopolarità e quindi per ragioni elettorali, li porta a comprimere le spinte della società attraverso istituzioni che siano meno rappresentative possibili, e quindi, in ipotesi, più facilmente gestibili.
È ciò che è accaduto in Italia, a partire dal 1993, con l’introduzione dei sistemi maggioritari che si sono succeduti (mattarellum, porcellum, italicum, rosatellum), ed è ciò che si va anche ora preannunziando con le preannunziate modifiche ai sistemi elettorali e di governo.
5) LA RISPOSTA DEI LIBERALI
E qui penso sia il caso di accennare alla posizione dei liberali, i quali non sono né conservatori né riformisti, mentre si potrebbero chiamare “riformatori”.
Già Benedetto Croce aveva scritto, in un memorabile messaggio indirizzato al Congresso dell’Unificazione Liberale di Torino del dicembre del 1951, queste frasi che ogni buon liberale dovrebbe ogni tanto anche rileggere:
“Naturalmente, il Partito liberale esaminerà e discuterà sempre provvedimenti di sinistra e di destra, di progresso e di conservazione, e ne adotterà degli uni e degli altri, e se così piace, con maggiore frequenza quelli del progresso che quelli della conservazione. Ma non può celare a sé stesso questa verità, che la libertà si garantisce e si salva talora anche con provvedimenti conservatori, come tal altra con provvedimenti arditi e persino audaci di progresso”.
Mi sovviene qui un piccolo ricordo personale: durante il Congresso dell’Internazionale Liberale del 1989 che si svolse a Parigi, Chirac, allora sindaco della città, rivolse un indirizzo di saluto nel quale a un certo punto gli venne fatto di accomunarsi ai congressisti dicendo “noi conservatori” e facendo così intendere che anche i liberali fossero parte della stessa famiglia politica di Chirac; la risposta di Malagodi fu tanto cortese quanto gelida, e nel ringraziare Chirac fece in modo di marcare la differenza, affermando testualmente “Noi liberali, e Voi conservatori”, e così rimettendo le due famiglie politiche nella rispettiva categoria concettuale.
E tuttavia, se non sono conservatori, i liberali non sono neppure riformisti.
Se vogliamo stare all’origine storica del termine, il riformismo non è altro che una costola del socialismo, per l’appunto il c. d. “socialismo riformista”, nato per differenziarsi dal socialismo “massimalista”, nell’intento di raggiungere attraverso graduali riforme di struttura il traguardo utopico dell’eguaglianza dei punti di arrivo, che tuttavia resta impossibile, come l’esperienza del socialismo reale si è incaricata di dimostrare.
A me sembra che la definizione che meglio si adatta ai liberali sia quella di “riformatori”, che non va letta né in termini riduttivi (come di chi vorrebbe ritardare le riforme necessarie), né in termini radicali (come di chi vorrebbe rivoluzionare la società, forse in ricordo della rivoluzione religiosa conseguente alla riforma protestante); e neppure nel continuum “destra-sinistra”, come pure qualcuno fa, quando iscrive i riformatori nell’ambito della destra politica, e i riformisti nell’ambito della sinistra.
Se proprio devo fare una comparazione tra riformisti e riformatori, a prescindere dalle origini storiche dei due termini, e se mi è consentita una metafora podistica, direi che i riformisti hanno la tendenza a correre, e, correndo, rischiano di non accorgersi del contesto in cui operano e talvolta finiscono per inciampare in qualche imprevisto ostacolo; mentre i riformatori hanno la tendenza a camminare, più o meno lentamente, e, via via camminando sono in grado di decidere ponderatamente la direzione verso cui indirizzarsi, di scansare eventuali ostacoli e all’occorrenza anche di fermarsi.
Certo, in taluni casi, i liberali, se ritengono che qualcosa vada cambiata, sono disposti anche a riforme radicali, ma in altre occasioni possono essere strenui difensori delle istituzioni esistenti, l’unica bussola dei liberali è quella di indirizzare l’azione politica verso riforme che rafforzino, e mai indeboliscano, gli strumenti che presidiano le libertà dei cittadini.
Ed è forse per questo che Isaiah Berlin, grande pensatore liberale del secolo scorso, al quale si deve la fondamentale distinzione tra “libertà positiva” (intesa come capacità di agire in conformità ai proprio desideri e scopi) e “libertà negativa” (intesa come assenza di interferenza e costrizioni), volendo paradossalmente assecondare l’andazzo di iscrivere comunque i liberali in uno dei due contrapposti schieramenti della destra e della sinistra, ha finito per coniare il suo famoso aforisma, alquanto ossimorico, affermando che lui stesso, in quanto liberale, si collocava all’estrema destra della sinistra e, contemporaneamente, all’estrema sinistra della destra.
Il che non vuol dire null’altro che i liberali sono ontologicamente nella zona centrale delle culture politiche, attenti alle spinte riformatrici che vengono da una parte e dall’altra, senza mai potere essere identificabili con l’una o con l’altra: il che è, in fondo, ciò che sosteneva Benedetto Croce in quel messaggio del 1951 ai convegnisti liberali di Torino.
E non è senza significato il fatto che il partito liberale europeo, prima di trasformarsi nell’attuale ALDE (Alleanza dei Liberali e Democratici Europei) avesse adottato la sigla ELDR (Liberali Democratici e Riformatori Europei).
Insomma, vale ancora oggi la formula giustinianea per cui “nomina sunt consequentia rerum”.
6) LE TORSIONI AL NOSTRO SISTEMA ISTITUZIONALE.
Da ultimo, il tentativo di bypassare le domande dei gruppi sociali si sta sviluppando attraverso due percorsi, paralleli nella loro manifestazione ma convergenti nello scopo che si propongono:
Sul piano istituzionale, il tentativo di forzare il sistema elettorale introducendo meccanismi apparentemente proporzionali ma forzosamente maggioritari che finiranno per mettere ai margini del sistema il pluralismo politico che esiste nella società italiana ma che sarà destinato, nella migliore delle ipotesi, a fare mera e solitaria testimonianza e, nella peggiore, a restarne escluso in ragione delle soglie d’ingresso.
Sul piano sociale, il tentativo di disintermediare il sistema, mettendo il governo in diretto contatto con l’opinione pubblica, in una nuova edizione del populismo, cavalcando di volta in volta sentimenti elementari, che pure esistono, per lo più in negativo, in particolare l’avversione ai gruppi sociali organizzati (partiti, sindacati, organizzazioni d’interessi, ordini professionali), disaggregando le domande sociali, che così finiscono per perdere vigore, e invece solleticando il consenso di chi, di volta in volta, non fosse oggetto della polemica del momento.
Ne abbiamo avuto esperienza nelle ultime tre legislature, prima coi governi di sinistra nella XVII, poi coi governi giallo-verde e giallo-rosso nella XVIII, e ora, nella XIX col governo di destra, che hanno tutti introdotto diverse forme di populismo per instaurare un collegamento diretto tra popolo e governo, mentre il Parlamento, nel frattempo irresponsabilmente ridotto nella sua composizione numerica, ha cessato di essere rappresentativo del Paese ed è divenuto luogo di mera ratifica dell’opera dei governi.
Su quest’ultima tendenza, che possiamo riscontrare anche nel dibattito politico che si preannunzia per la fine di questa legislatura, mi sembra il caso di spendere qualche specifica riflessione
7) IL GOVERNO, TRA GOVERNMENT E GOVERNANCE
Chi sostiene il tentativo di verticalizzazione dimostra di non avere capito che la governabilità complessiva delle società moderne non passa esclusivamente attraverso l’istituzione governo, ma si estrinseca attraverso tutte le sue articolazioni, nel continuum che si interpone tra il vertice e la base di una società.
Esiste infatti una profonda differenza tra “government” e “governance”, due parole inglesi delle quali esiste una sola traduzione italiana, per l’appunto “governo”, mentre in inglese hanno significati sostanziali ben diversi: “government” si riferisce agli assetti istituzionali, a chi prende le decisioni e quindi allo strumento legale che viene utilizzato per realizzare le risposte da dare alle domande che la società pone continuamente; “governance” si riferisce invece alle modalità e agli effetti dell’attività di governo, ponendo attenzione alle relazioni e alle dinamiche tra i diversi attori sociali, che si organizzano autonomamente attraverso molteplici articolazioni: i partiti, i sindacati, gli ordini professionali, le associazioni di categoria, il mondo cooperativistico, le comunità religiose e laiche, le onlus, se vogliamo, anche i club service e l’associazionismo in genere, più di recente attraverso i mass-media e da ultimo le comunità internettiane, etc..
In tale visione, il ruolo delle istituzioni pubbliche non esaurisce il complessivo governo delle società contemporanee, se non in una prospettiva di democrazia sostanzialmente autoritaria; solo la sintesi virtuosa dei due concetti è ciò che fa di una società moderna, molto più complessa di quelle di un tempo, una vera democrazia liberale, in cui è inconcepibile la “reductio ad unum”, tipica delle società autoritarie, e dove è invece possibile la costruzione di una rappresentazione condivisa, con istituzioni legali potenzialmente inclusive e non preclusive o estrattive, secondo la terminologia utilizzata dall’economista americano Daron Acemoglu e dal politologo britannico James A. Robinson in un loro fondamentale saggio del 2012, pubblicato in Italia nel 2013, dal titolo emblematico “Perché le nazioni falliscono”, e che proprio per quel libro hanno ricevuto nel 2024 il Nobel per l’Economia.
8) LE TENTAZIONI DEL POTERE
E’ infatti accaduto in passato, e sembra potere accadere anche oggi, specie in paesi percorsi da forti crisi economiche, che, quando un nuovo gruppo accede al potere, spesso inopinatamente, sulla spinta di aspettative inappagate o di forti conflitti sociali, e forse anche nel timore di non riuscire a soddisfare le attese, come prima cosa cerca di alterare le regole del gioco, promuovendo riforme istituzionali per assicurarsi la possibilità di mantenere il potere al di là della contingenza che gli ha consentito di accedervi.
La prima mossa dei bolscevichi, dopo la rivoluzione di ottobre del 1917, fu quella di impedire nel gennaio del 1918 il funzionamento dell’assemblea Costituente, che i bolscevichi in armi non erano riusciti a controllare attraverso le elezioni dalle quali erano usciti minoritari.
E la prima cosa che fece Mussolini nel 1923, non appena nominato capo del governo, essendo ben consapevole di non avere un consenso parlamentare sufficiente (i deputati fascisti eletti nel 1921 erano soltanto 35), fu quella di fare approvare a quella Camera di pavidi una nuova legge elettorale, la c. d. legge Acerbo, che avrebbe poi assicurato al Listone Nazionale, egemonizzato dai fascisti i due terzi dei seggi nella Camera eletta nel 1924 e così il controllo assoluto sul sistema legale per il tempo necessario a scardinare negli anni successivi tutto l’assetto istituzionale dello Stato, tranne la monarchia, preservata proprio perché totalmente acquiescente al nuovo regime.
Ed è, in ben diverse condizioni di partenza rispetto ad allora, ciò che ha tentato di fare Renzi nel suo biennio da presidente del consiglio, ma anche quello che si preannunzia per l’immediato domani attraverso una nuova legge elettorale costruita su misura per provare a vincere elezioni che si teme di perdere con la legge attuale (il c. d. rosatellum), anch’essa per altro costruita su misura dal governo del PD nel 2017 per marginalizzare il Movimento5Stelle alle elezioni del 2018; un tentativo che ha anzi provocato una reazione popolare che ha portato il M5S a uscire maggioritario nelle elezioni del 2018, con una sorta di eterogenesi dei fini che si è poi ripetuta nel 2022 con la vittoria della coalizione di destra.
Naturalmente, rispetto a quelle del primo Novecento, si tratta di situazioni non comparabili, per un’infinità di ragioni, interne ed internazionali; e tuttavia, l’intento è il medesimo, spostare il campo della deliberazione politica dalla sede parlamentare all’esecutivo del momento, destinato così a diventare l’unico interprete abilitato a dare di volta in volta le risposte che ritiene più convenienti per la sua sopravvivenza, potendo scegliere liberamente e in tempi brevi quali risposte dare alle domande della società, quando invece sarebbe necessario un lavoro più difficile e oscuro di più lungo periodo per avviare una virtuosa ristrutturazione dell’apparato statale, ormai divenuto insostenibile, con l’obiettivo di ridurre lo spreco di risorse e l’eccesso di spesa pubblica, così rendendo disponibili le risorse da destinare alla crescita del Paese.
In questo senso si può dire che neo-riformisti e neo-conservatori finiscono per dare alle questioni poste dalla governabilità una risposta sostanzialmente analoga, facendone ricadere il peso sui gruppi sociali intermedi, che sono la sede naturale delle domande di partecipazione, piuttosto che sui rispettivi elettorati , invece di selezionare le domande secondo l’interesse generale, e così realizzando una governabilità sostanzialmente autoritaria, sorretta da una parvenza di democrazia parlamentare che è destinata a dare legittimità formale a decisioni prese a monte.
Proseguendo in questo percorso, tutt’altro che virtuoso, ai cittadini sarà infine consentito di manifestare periodicamente il loro generico orientamento nelle tornate elettorali generali, sulla base della vulgata secondo cui “le elezioni non servono per rappresentare il Paese, ma per sapere, la sera stessa delle elezioni chi governerà”, restando poi silenziosi spettatori sino alla successiva occasione; e questo mantra, ripetuto all’infinito da tanti accreditati commentatori e politologi, ha finito per diventare una convinzione così generalizzata che ogni tentativo di contrastarla è destinato a essere bollato come nostalgico passatismo.
In buona sostanza, il Parlamento, così concepito ed eletto, anzi nominato, come ormai da trenta anni avviene in Italia, cessa di essere la sede della legittimazione sostanziale del sistema democratico e diventa un mero tramite per dare formale legittimazione al governo, e cioè al luogo della decisione;
al contempo, esso perde un’altra sua fondamentale funzione politica, e cioè quella di incanalare le spinte della società, anche quelle più estreme, mentre contribuisce indirettamente al disegno di screditarne la funzione complessiva e di renderlo sempre più irrilevante nell’opinione pubblica, che finirà per convincersi che un Parlamento che non conta nulla non serve a nulla.
Per altro, tutto questo “sdrucciolamento” del potere verso il governo non garantisce neppure che poi le risposte siano quelle giuste, spesso invece essendo solo quelle più convenienti al fine di acquisire ulteriore consenso elettorale, che al medesimo fine viene incanalato in percorsi obbligati e sempre più ristretti, in modo che alla fine del percorso possano emergere solo quelli in sintonia col governo in carica in quel momento.
Invece di dare la risposta giusta a un problema realmente esistente, si finisce così per darvi la risposta più sbrigativa, comprimendo la società invece di consentirle di esprimersi, quando invece la strada giusta sarebbe quella di affinare la qualità della risposta alla pluralità delle domande invece di comprimerle con modifiche istituzionali sostanzialmente autoritarie.
Anche perché , alla fin fine, le domande di partecipazione non cessano di esserci; ancorché possano risultare compresse, esse continuano ad esistere e si manifestano come possono, perché il sistema non può chiudere tutti gli sbocchi, ma solo limitarli.
Da qui alcuni fenomeni, che sono tipici di questo tipo di società e che in Italia si sono manifestati anche più che altrove: la protesta passiva, che si manifesta con l’astensionismo, giunto da noi ormai sopra la soglia del 50%; la protesta attiva, che si manifesta con la nascita di movimenti che cercano di raccoglierla e organizzarla in chiave palingenetica di rifiuto totale del sistema; la protesta ribellista, e cioè il dissenso radicale che si manifesta con la contestazione verso ogni ipotesi di partecipazione politica, sino al ribellismo movimentista e, non sia mai, alla lotta armata.
C) IL SISTEMA ELETTORALE
1) la sentenza della Corte Costituzionale n. 1-2014.
L’anello di congiunzione tra rappresentanza e governabilità (il terzo elemento, quello variabile, di cui ho già detto) è la legge elettorale, che presiede alla trasformazione della volontà collettiva (i voti, cioè le domande della società) in seggi parlamentari, cioè la sede deputata a dare le risposte.
Me ne occuperò con specifico riferimento alla situazione italiana, prendendo le mosse dalla fondamentale pronunzia n. 1/2014 con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della L. 270/2005 (il c. d. porcellum), con la quale, se il legislatore non fosse improvvidamente intervenuto, la stessa Corte, dopo averla depurata dalle parti incostituzionali, aveva praticamente confezionato una nuova legge elettorale immediatamente applicabile, suggerendo alla fine come sarebbe stato possibile restituire ai cittadini il sacrosanto diritto di scegliere i loro rappresentanti attraverso una normativa secondaria che andasse a modificare solo la scheda di votazione.
A parte ciò, quello che più conta in questa sentenza è la motivazione con cui la Corte ha provato a dettare alcune regole generali, valide anche per il successivo legislatore e riassumibili nella formula secondo cui ogni legge elettorale deve contemperare i due criteri della rappresentatività del corpo elettorale e della governabilità ed efficienza del sistema decisorio, entrambi perseguibili ma col preciso vincolo del “minore sacrificio possibile” per la rappresentanza democratica.
In buona sostanza, per seguire il processo logico che ci ha portato sin qui, quel che la Corte ha allora detto è che la domanda di politica deve essere rispettata al massimo del possibile e non può essere compressa oltre misura a favore della governabilità.
Infatti, proprio la formula adottata dalla Corte ci fa comprendere che le due esigenze, e cioè la rappresentanza e la governabilità, pure entrambe fondamentali, non lo sono tuttavia nella stessa misura, almeno in un sistema di democrazia liberale, qual è ancora la nostra e che nessuno, almeno formalmente, sembra volere mettere in discussione.
Se la rappresentatività del sistema deve subire il “minor sacrificio possibile” per consentire la governabilità, ciò vuol dire che la rappresentanza è una “caratteristica assoluta”, essenziale ed indefettibile del sistema, senza la quale una democrazia cessa di essere tale; e vuol dire anche che la governabilità è soltanto una “utilità relativa” del sistema, che può essere perseguita ma non come scopo primario ed essenziale del sistema democratico e può anche mancare del tutto senza che per ciò stesso un sistema cessi di essere democratico, che diventerà solo un po’ più complicato da gestire.
Se invece la Corte avesse voluto indicare come requisito essenziale la governabilità, piuttosto che la rappresentanza, avrebbe dovuto affermare l’esatto contrario, e cioè che la governabilità deve soffrire “il minore sacrificio possibile” a opera della rappresentanza, un’affermazione questa che tuttavia sarebbe stata compatibile solo con un regime autoritario, quale certamente non è il nostro.
E quindi, proprio l’accento che la Corte mette sulla rappresentanza, ci fa comprendere come questa sia la premessa indispensabile di qualsiasi sistema elettorale in una società che voglia definirsi democratica e insieme liberale; dal che discendono almeno altri tre principi alla cui osservanza la Corte ha egualmente richiamato il legislatore: la massima possibile corrispondenza tra i voti in entrata (quelli dell’elettore) e i voti in uscita (i seggi in parlamento), la massima possibile libertà di scelta dell’elettore nella scelta dei suoi rappresentanti (le preferenze), e la massima possibile prevedibilità degli effetti del voto (una normativa comprensibile al singolo elettore).
2) LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE N. 203-1975
In particolare, proprio sulla libertà di scelta dell’elettore, appare significativo l’espresso richiamo che la sentenza n. 1-2014 si preoccupa di fare a una sua antica sentenza, la n. 203 del 1975, che riguardava l’ordine di lista, a suo tempo originata dal contrasto tra due miei antichi amici liberali del Lazio, che si erano scontrati proprio sull’ordine di lista in una competizione amministrativa in un piccolo comune di quella regione, sostenendo l’uno la possibilità di indicare un capolista, e rivendicando invece l’altro la necessita di rispettare l’ordine alfabetico di lista.
Vi si può leggere la seguente motivazione:
“Le modalità e le procedure di formazione della volontà dei partiti …… previste dalle leggi elettorali, non ledono affatto la libertà di voto del cittadino, il quale rimane pur sempre libero e garantito nella sua manifestazione di volontà, sia nella scelta del raggruppamento che concorre alle elezioni, sia nel votare questo o quel candidato incluso nella lista prescelta, attraverso il voto di preferenza. Non si può parlare, pertanto di costrizione o d’influenza psicologica e tantomeno di condizionamento dell’elettore. Il sistema elettorale tende solo a creare un rapporto conoscitivo tra un dato raggruppamento politico e il cittadino elettore, senza incidere in alcun modo sulla piena libertà di questo. In sostanza, l’indicazione preferenziale da parte del partito di un candidato, normalmente realizzata attraverso il capolista, assume per l’elettore, che intende votare per quel partito, un carattere meramente indicativo, e non già di imposizione di scelta”.
Affermazioni queste che avrebbero dovuto essere attentamente valutate dai legislatori successivi, invece di fare quel che hanno poi fatto, introducendo leggi elettorali che hanno sottratto ai cittadini ogni libertà di scelta e trasferendola ai leader dei partiti.
4) LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE N. 8878-2014
C’è poi da dire che, se la sentenza della Corte Costituzionale ha avuto sul momento larga eco, ancorché poi disattesa con le nuove leggi elettorali, è invece passata del tutto sotto silenzio la conseguente sentenza resa dalla Corte di Cassazione nel giudizio che aveva originato il ricorso alla Corte.
Non molti sanno che, dopo la pronunzia della Consulta, la Cassazione è naturalmente tornata ad occuparsi della vicenda con la sentenza n. 8878 del 16.04.2014, nella quale, dando atto che in danno dei ricorrenti vi era stata una grave lesione del diritto al voto personale, libero e diretto (come prescritto dall’art. 48 Cost.), ha testualmente affermato che “i cittadini elettori non hanno potuto esercitare il diritto di voto personale, eguale, libero e diretto, secondo il paradigma costituzionale, per la oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica, a causa del meccanismo di traduzione dei voti in seggi, intrinsecamente alterato dal premio di maggioranza disegnato dal legislatore del 2005, e a causa della impossibilità per i cittadini elettori di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento “, e ha condannato la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento delle spese processuali.
D) CONCLUSIONE
Ciò che oggi più che mai è a rischio in Italia è lo Stato di diritto, quale abbiamo imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo, pur con le sue criticità, negli ottanta anni di vita della Repubblica, e ciò a causa delle leggi elettorali che si sono succedute negli ultimi venti anni, oltre che per quelle che si preannunziano.
Agli editorialisti, che sui principali organi di stampa insistono ancora oggi nel sostenere un sistema elettorale maggioritario e la necessità di verticalizzare il potere per accrescere l’efficienza del governare, mi piace ricordare il monito dei due premi Nobel già citati che, andando alla ricerca dei perché le nazioni falliscono, sono arrivati ad affermare: "Lo Stato di diritto è il frutto di istituzioni politiche pluraliste e di ampie coalizioni che le supportano. Soltanto quando molti individui e gruppi hanno voce nelle scelte politiche e la possibilità di sedersi al tavolo delle decisioni, l'idea che tutti debbano essere trattati equamente inizia ad avere senso".
Se invece l’aspirazione è quella di apprendere, la sera stessa delle elezioni, chi ha vinto e chi ha perso, e se per soddisfarla si arriva a comprimere la capacità rappresentativa del sistema, nessuno potrà meravigliarsi se il vincitore delle elezioni, chiunque sia, si riterrà investito del potere di fare ciò che più gli aggrada, piuttosto che ciò che sia più utile alla generalità dei cittadini.
E nessuno potrà stupirsi se questo potere praticamente assoluto, almeno tra un’elezione e l’altra, sarà anche accompagnato da un’infinita serie di scandali e ruberie architettate da chi, all’ombra di quel potere, sarà riuscito a profittarne, provando magari a condizionare, dalle posizioni conquistate, anche le elezioni successive.
Ciò che è accaduto all’ombra dei sistemi, ormai sostanzialmente presidenziali, delle regioni e dei comuni dovrebbe farci rammentare il monito lanciato da Lord Acton, storico britannico, quando nel 1887 affermò che “il potere corrompe, e quello assoluto corrompe in maniera assoluta”.
Sta di fatto che nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica, assieme al sistema elettorale, è cambiato soprattutto il modo di proporsi dei partiti e, in conseguenza, anche la risposta degli elettori; mentre prima ci si aggregava in soggetti politici secondo la logica delle convinzioni, dalle elezioni del 1994 in poi ci si è aggregati secondo la logica delle convenienze.
Sino al 1992, vigente il sistema elettorale proporzionale, i partiti politici si presentavano ai cittadini con un paradigma culturale (di volta in volta: quello popolare, liberale, socialista, ambientalista, sovranista, etc.) nell’ambito del quale promettevano di calibrare le risposte da dare alle domande emergenti dalla società; e, nella misura in cui le convinzioni di ciascun cittadino combaciavano in qualche modo con quel paradigma, nasceva il consenso elettorale e quindi il rapporto fiduciario tra rappresentati e rappresentanti; e se poi il partito o l’eletto non si comportava per come si era presentato e per come che ci si aspettava, finiva per perdere ogni credibilità e veniva abbandonato alle successive elezioni.
Dopo, invece, i partiti (o meglio, le loro rissose coalizioni) hanno presentato ogni volta, assieme a feroci critiche agli avversari per il loro passato, tantissime irrealizzabili proposte per il futuro al solo scopo di ottenere il consenso necessario per vincere quella tornata elettorale, e sulla scia di quella precaria vittoria hanno poi utilizzato il potere conquistato per garantire e difendere gli interessi e le speranze che erano riusciti a coalizzare.
Nella logica delle convinzioni, lo scostamento tra le aspettative degli elettori e i comportamenti degli eletti, che pure potevano esserci, era alquanto marginale, e quindi modeste erano le delusioni dei cittadini, i quali finivano invece quasi sempre per ottenere ciò che potevano attendersi dai loro rappresentanti e dal sistema politico in termini di comportamenti più o meno coerenti rispetto alla prospettiva elettorale, e da qui la sostanziale vischiosità del sistema politico di allora.
Nella logica delle convenienze, invece, essendo le proposte per lo più finalizzate a conquistare un effimero consenso elettorale, la disaffezione verso la politica è stata l’inevitabile conseguenza dello scostamento, talvolta abissale, tra proteste virulente, promesse mirabolanti e realizzazioni impossibili, cui si è accompagnato il crescente fenomeno del trasformismo con la massiccia migrazione da un partito all’altro, spesso più volte nella stessa legislatura, alla ricerca del rinnovo di un mandato che il precedente leader più non voleva o poteva assicurare.
Alla naturale delusione degli elettori si è accompagnato poi il tentativo degli eletti di tesaurizzare al massimo del possibile la fortunata stagione in corso. Se la prima repubblica si era sul finire caratterizzata per diffuse pratiche corruttrici basate sull’uso di soldi privati (quelli delle imprese) per scopi sostanzialmente pubblici (il finanziamento dei partiti, allora insufficiente), tutto il corso della seconda repubblica si è invece caratterizzato per fenomeni corruttivi che hanno evidenziato l’uso diretto di soldi pubblici (dello Stato e degli enti locali) per scopi esclusivamente privati (l’arricchimento personale).
Insomma, il metodo della proposta inaugurato dai partiti e quello della convenienza metabolizzato dall’elettorato ci ha condotti nel baratro dell’incredulità e dell’insofferenza per lo stesso sistema democratico, sino a quella ventata di antipolitica che stiamo ancora sperimentando, giacché sul terreno arato dall’antipolitica nasce inevitabilmente la gramigna del populismo seminata dall’imbonitore di turno che sappia coglierne l’occasione.
Senza effettiva capacità di rappresentanza un sistema finisce per essere autoreferenziale e quindi sempre più estraneo al sentimento dei cittadini; e, man mano che il livello di rappresentatività della società si va riducendo, le istituzioni diventano sempre meno inclusive e sempre più estrattive, con gruppi sociali sempre più piccoli che controllano fasce sempre più grandi di potere e di risorse, in un circolo assolutamente vizioso che produce istituzioni economiche anch'esse "estrattive", che arricchiscono pochi a spese dei più, sino al punto che la società civile e politica, secondo il monito di Acemoglu e Robinson, inizia a deperire e infine collassa.
Fermiamoci, sino a che siamo in tempo.
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Il contributo del senatore Enzo Palumbo introduce nei Dialoghi sul Mondo Ideale una riflessione fondamentale sul funzionamento delle istituzioni democratiche.
Se il primo dialogo ha posto al centro la formazione delle persone e delle relazioni, questo secondo richiama la responsabilità di preservare le regole, gli equilibri e le garanzie che rendono possibile una convivenza libera e pluralista.
Perché non esiste futuro senza formazione, ma non esiste neppure libertà senza istituzioni solide.
Michele Piano
La volontà è l’unica arma contro le difficoltà: non rinunciamoci.
Soprattutto quando si tratta di accompagnare le nuove generazioni nel mondo che erediteranno.
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Dialoghi sul Mondo Ideale
Uno spazio di confronto tra visioni, competenze e responsabilità, per comprendere il presente e formare le generazioni che costruiranno il futuro.
Dialogo con Luca M. Venturi
Dal collasso alla rivoluzione
Dopo aver attraversato, nei primi contributi, le dimensioni della formazione e delle istituzioni, questo terzo dialogo introduce una prospettiva volutamente più critica, dissonante e provocatoria.
Luca M. Venturi propone una lettura radicale della contemporaneità, nella quale la società appare attraversata da processi di semplificazione culturale, omologazione del pensiero e progressiva prevedibilità dei comportamenti. Una visione che richiama, con toni talvolta polemici, il rischio di una “società androidizzata”, incapace di accogliere il conflitto autentico e il pensiero critico.
Si tratta di un contributo che non va letto come una posizione da condividere integralmente, ma come uno stimolo alla riflessione. In alcuni passaggi, infatti, emergono interpretazioni che possono risultare controverse o discutibili, soprattutto laddove il tema della disuguaglianza culturale e sociale viene trattato in modo netto e non privo di rigidità.
Proprio per questo motivo, abbiamo ritenuto importante includerlo nei Dialoghi sul Mondo Ideale:
perché un progetto che ambisce a comprendere il futuro non può sottrarsi al confronto con visioni anche critiche, purché inserite in un contesto di responsabilità, pluralismo e ricerca di senso.
Il valore di questo testo risiede nella sua capacità di porre una domanda fondamentale:
👉 stiamo ancora esercitando il pensiero critico, oppure stiamo diventando prevedibili?
Una domanda che riguarda in modo particolare le nuove generazioni, chiamate non solo a vivere il futuro, ma a costruirlo con consapevolezza, libertà e responsabilità.
di Luca M. VenturiComunicatore e analista
Testo integrale dell’autore.
Dal collasso
alla rivoluzione
In margine al
futuro volume di Michele Piano
Appunti di Luca M. Venturi
Il termine società appare oggi come una categoria sempre più eufemistica, quasi un involucro linguistico che sopravvive alla progressiva dissoluzione del suo contenuto. In un pianeta attraversato da una proliferazione di individui spesso carenti di solide coordinate storiche e culturali — privi, soprattutto, di una chiara coscienza degli obiettivi e di una visione articolata del mondo — si diffonde paradossalmente la convinzione di essere, ciascuno, speciale, interessante, originale. Tale convinzione, lungi dal costituire l’esito di una reale maturazione intellettuale o di un’autentica pratica critica, si manifesta piuttosto come un sintomo della progressiva banalizzazione dell’esperienza culturale. Non è un caso che uno dei termini più inflazionati del lessico contemporaneo sia creatività: nozione tanto vaga nel suo presunto significato utopico quanto sorprendentemente improduttiva, elevata a parola chiave di un numero crescente di testi, convegni e discorsi che spesso gravitano attorno a un indistinto — e frequentemente disinformato — nulla.
In questo quadro, sorprende la perdurante attualità di una riflessione formulata nel XIX secolo da Henri-Frédéric Amiel, che nei Frammenti di diario intimo, il 12 giugno 1871, annotava con lucidità polemica:
«Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all'assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell'Uguaglianza, che dispensa l'ignorante di istruirsi, l'imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull'uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento. L'adorazione delle apparenze si paga.»
Il nucleo della sua osservazione appare sorprendentemente pertinente rispetto alle dinamiche del presente: la progressiva riduzione della complessità culturale a una superficie di apparenze, nella quale l’uguaglianza formale tende a trasformarsi in livellamento intellettuale.
Se si cede, anche solo per un momento, alla demagogia del lessico dominante, si potrebbe dire che la società contemporanea non riesce più nemmeno a concepire l’idea stessa di rivoluzione. Ciò accade proprio mentre il sistema internazionale attraversa una fase di accelerazione storica che, almeno teoricamente, dovrebbe favorire l’emergere di profonde trasformazioni. Eppure, questa possibilità appare costantemente neutralizzata da un ecosistema tecnico-algoritmico che pretende di organizzare il reale secondo modelli di prevedibilità e controllo. Tali strumenti, elaborati — non senza una certa ironia culturale — da tecnici spesso del tutto estranei alla tradizione artistica e storica europea, producono una mentalità incapace di cogliere il senso simbolico del passato. È la figura paradigmatica di chi, posto di fronte alle opere di Michael Angel, antico artista italiano, o ai mausolei imperiali romani, si limita a osservare con distacco: I can’t see the point in all these ruins.
In questo contesto non sorprende che le generazioni più giovani rifiutino persino i grandi film classici in bianco e nero, liquidandoli con la formula sbrigativa — e rivelatrice — secondo cui si tratterebbe semplicemente di “roba vecchia”. Il rifiuto del passato diventa così un dispositivo culturale sistematico.
Occorre tuttavia ricordare che il concetto di rivoluzione non coincide affatto con l’immaginario superficiale della sommossa violenta — “strade a ferro, sassi e fuoco”. La storia del termine è assai più complessa.
De revolutionibus orbium coelestium è infatti il titolo del celebre trattato astronomico di Niccolò Copernico (Mikołaj Kopernik, 1473–1543), pubblicato a Norimberga nel 1543. In questo contesto, revolutio indica il movimento orbitale dei pianeti e introduce il sistema eliocentrico riassunto nella formula In medio vero omnium residet Sol. Ciò che la storiografia successiva ha definito rivoluzione copernicana rappresenta, in senso pieno, una trasformazione radicale dell’ordine simbolico e cognitivo del mondo.
In un senso più ampio e culturale, tuttavia, il termine e il concetto di rivoluzione sembrano oggi quasi completamente assenti dal discorso pubblico. Essi non compaiono né nei telegiornali né nelle conversazioni che animano le affollate discoteche — dal Vallese a Dubai — dove la contemporaneità celebra una ritualità sociale tanto rumorosa quanto sostanzialmente priva di tensione trasformativa.
Nel panorama contemporaneo, piatto e monocorde, ciò che il critico Christian Caliandro ha descritto sulle pagine di Artribune come una società orwelliana manifesta una sistematica avversione per il conflitto. Nel migliore dei casi essa coltiva una forma di nostalgia del (non)ricordo, una memoria depurata da qualsiasi reale possibilità di tensione.
Tuttavia, i conflitti — geopolitici, economici, tecnologici — stanno emergendo simultaneamente su scala globale. Ciò nonostante, proprio nei contesti più instabili — territori geopolitici incerti, crisi aziendali, emergenze operative, trasformazioni tecnologiche — coloro che esercitano funzioni di guida tendono a difendere esclusivamente la propria posizione immobile. La priorità non è comprendere il cambiamento, ma consolidare il consenso e neutralizzare preventivamente il conflitto.
Questa postura obbedisce a un principio ideologico diffuso quanto inquietante: la subordinazione della coerenza personale e dell’interesse individuale alla costruzione dell’unanimità. I leader contemporanei raramente si interrogano sulla presenza, dentro di sé, di un’idea forte — intelligente e visionaria — capace di orientare le decisioni. Essi si limitano piuttosto a seguire le immagini dominanti del contesto, prima fra tutte la visibilità come misura del successo. In tal modo finiscono per servire logiche che, sotto il silente velo della competizione aziendale, perseguono un obiettivo ben più semplice: la produzione di consenso unanime, attivato attraverso le emozioni più elementari.
Storicamente, tuttavia, le grandi trasformazioni geopolitiche — spesso mitologicamente attribuite all’azione di dei ed eroi — sono state sempre accompagnate da innovazioni tecnologiche capaci di ridefinire radicalmente i rapporti tra potere, economia e sicurezza. Oggi tale funzione è esercitata da fenomeni quali l’intelligenza artificiale, il calcolo quantistico e le infrastrutture digitali.
È in questo contesto che prende forma l’immagine di una società androidizzata.
Già Philip K. Dick, nel manoscritto The Android and the Human, preparato per una conferenza sulla fantascienza tenuta nel 1972 alla University of British Columbia di Vancouver, formulava un’osservazione destinata a rivelarsi profetica:
«Androidization requires obedience. And, most of all, predictability. It is precisely when a given person's response to any given situation can be predicted with scientific accuracy that the gates are open for the wholesale production of the android life form .What good is a flashlight if the bulb lights up only now and then when you press the button? Any machine must always work, to be reliable. The android, like any other machine, must perform on cue».
In termini più espliciti, la riflessione può essere ricondotta a una constatazione elementare. Quando la reazione di un individuo a una determinata situazione diviene prevedibile con precisione scientifica, quando cioè il comportamento umano può essere anticipato, classificato e integrato in modelli di calcolo, allora si aprono le condizioni per quella che si potrebbe definire la produzione seriale della forma di vita androide. Non si tratta, evidentemente, di un’ipotesi fantascientifica nel senso ingenuo del termine, bensì di una metafora estremamente concreta della standardizzazione del comportamento umano.
Ogni macchina, per essere affidabile, deve funzionare sempre allo stesso modo; deve rispondere a un comando con una prestazione stabile e replicabile. L’androide, come ogni altra macchina, deve agire on cue, secondo parametri prestabiliti. Ciò implica che ogni azione e ogni reazione debbano essere ricondotte entro schemi riconoscibili, modelli prevedibili, algoritmi di comportamento socialmente accettati. La conseguenza culturale di tale meccanismo è evidente: la progressiva eliminazione di tutto ciò che eccede la prevedibilità — il pensiero critico, la dissidenza intellettuale, la libertà dell’immaginazione e, soprattutto, il conflitto.
In questo senso, la standardizzazione delle reazioni sociali produce una forma di malinconica neutralizzazione dell’intelligenza. Il cervello, il pensiero e la critica diventano elementi disturbanti, residui di una complessità non più funzionale al sistema. L’ideale implicito diventa dunque l’individuo perfettamente regolato: emotivamente prevedibile, politicamente innocuo, culturalmente addomesticato.
E tuttavia, il conflitto — quello autentico — non nasce mai dall’inerzia del consenso collettivo. Esso emerge piuttosto quando alcuni individui o gruppi iniziano a vivere anticipatamente i fondamentali del futuro. Il mondo, infatti, cambia costantemente sotto gli occhi di chi lo abita, e lo fa senza chiedere autorizzazioni né legittimazioni preventive. Quando nuove condizioni storiche, tecnologiche o culturali irrompono nella realtà, esse producono inevitabilmente una frattura con il presente che fino a quel momento appariva stabile. In questa frattura si manifesta il conflitto.
Da questo punto di vista, conflitto e critica non costituiscono anomalie da correggere, ma rappresentano piuttosto il vero innesco della rivoluzione. La rivoluzione, infatti, non è un ideale astratto né un semplice programma politico: essa è, più propriamente, l’ambiente fisico e simbolico nel quale il cambiamento diventa possibile.
La società contemporanea, tuttavia, appare strutturalmente incapace di tollerare tale dinamica. La società androidizzata del pensiero unico seriale — alimentata da indignazioni di breve durata, parole d’ordine semplificate e lacrime televisive accuratamente sceneggiate — teme la rivoluzione non tanto per la sua eventuale violenza quanto per la sua imprevedibilità. Ciò che essa aborrisce è la possibilità stessa di un pensiero rivoluzionario libero, non addomesticabile, non traducibile in slogan.
Persino l’idea di un conflitto autentico diventa, in questo contesto, un tabù culturale. Quando non può essere del tutto eliminato, esso viene relegato in spazi innocui: l’arte, lo spettacolo, la satira. E anche in questi ambiti il conflitto viene accuratamente filtrato, talvolta preventivamente censurato, affinché non oltrepassi i limiti della rappresentazione consentita.
Non sorprende, dunque, che nelle piazze contemporanee si assista spesso a una rappresentazione impoverita e quasi nostalgica del conflitto politico. Si ripropone il vecchio scenario — ormai privo di reale convinzione — dei poliziotti proletari e contadini contrapposti agli studenti borghesi, evocato simbolicamente nel vecchio segno della P38. Ma si tratta ormai di un copione svuotato, di un teatro politico in cui nessuno crede davvero né nella violenza né nel controllo. Come accade con molte retoriche contemporanee sull’intelligenza artificiale, le decisioni e gli ordini sembrano essere stati presi altrove. Da chi, con quale responsabilità e secondo quale autorità, resta accuratamente sottratto alla conoscenza pubblica.
In questo contesto risuona con particolare chiarezza l’osservazione di Federica Vecchi: «La maggior parte delle persone non vuole far parte del processo, vuole solo far parte del risultato. Ma è proprio il processo che ti fa capire chi vale la pena che faccia parte del risultato».
La dinamica descritta è perfettamente riconoscibile nella configurazione attuale dello spazio pubblico. Dal basso — quando non si cade nell’indifferenza — si aspira essenzialmente a ricevere consenso, purché esso rimanga passivo, emotivo e privo di responsabilità. In questa logica, diventa perfettamente accettabile imitare il conflitto, metterne in scena i gesti e le parole, per poi ricevere una convalida esterna, una sorta di certificazione simbolica dell’indignazione.
Praticare realmente il conflitto, invece, costituisce un rischio molto più serio.
Perché il conflitto autentico possiede una caratteristica che la società dell’unanimità emotiva non può tollerare: la possibilità concreta di cambiare le cose davvero.
****Questo terzo contributo amplia il perimetro dei Dialoghi sul Mondo Ideale, introducendo una tensione necessaria tra visioni diverse.
Se la formazione costruisce le persone e le istituzioni ne regolano la convivenza, è il pensiero critico — anche quando scomodo — a impedire che la società si trasformi in un sistema chiuso e prevedibile.
Accogliere il confronto, anche nelle sue forme più dure, è parte del nostro dovere:
non per aderire, ma per comprendere.
Michele Piano
La volontà è l’unica arma contro le difficoltà: non rinunciamoci.
Soprattutto quando si tratta di accompagnare le nuove generazioni nel mondo che erediteranno.
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Dialoghi sul Mondo Ideale
Uno spazio di confronto tra visioni, competenze e responsabilità, per comprendere il presente e formare le generazioni che costruiranno il futuro.
Dialogo con Laura Mazza
Formare il Futuro: Competenze e Visioni per un Mondo migliore
Con questo contributo, il percorso dei Dialoghi sul Mondo Ideale entra nel cuore di una delle sfide più decisive del nostro tempo: la formazione.
La riflessione della Prof.ssa Laura Mazza mette in luce con chiarezza un punto fondamentale:
non esiste trasformazione reale — tecnologica, sociale o ambientale — senza un profondo rinnovamento dei modelli educativi.
Ma oggi questo non è più sufficiente.
È necessario compiere un passo ulteriore:
👉 costruire nuove piattaforme formative, capaci di integrare competenze, etica e visione
👉 e farlo attraverso una alleanza concreta tra formazione privata e università
Le università custodiscono il rigore del sapere e la profondità della ricerca.
Le strutture formative private possiedono velocità, capacità di adattamento e connessione con il mondo reale.
Separati, questi due sistemi non sono più sufficienti.
Insieme, possono diventare il motore di una nuova stagione educativa.
È qui che si gioca una responsabilità decisiva:
formare non solo professionisti, ma persone consapevoli, capaci di affrontare un mondo sempre più complesso, interconnesso e fragile.
Il contributo che segue si inserisce perfettamente in questa visione, proponendo un paradigma educativo che unisce:
- pensiero critico
- responsabilità sociale
- innovazione orientata al bene comune
- capacità di azione concreta
In linea con lo spirito del libro, emerge con forza un principio che consideriamo fondativo:
👉 la formazione è il primo atto politico e culturale con cui una società decide il proprio futuro
E questo futuro appartiene alle nuove generazioni, che non possiamo lasciare sole ad affrontarlo.
di Prof.ssa Laura Mazza
Presidente Federformazione
Testo integrale dell’autore.
"Formare il Futuro: Competenze e Visioni per un Mondo migliore"
Viviamo un’epoca di profonde transizioni — tecnologica, ecologica e, soprattutto, etica — che mettono in discussione il nostro modo di pensare, agire e immaginare il futuro.
Nel tempo che stiamo attraversando, segnato da crisi sistemiche e interconnessioni sempre più evidenti, emerge con forza una consapevolezza: non esiste trasformazione autentica senza un profondo rinnovamento culturale e formativo. Se, come affermato nel cuore di questo volume, la Terra è un sistema interdipendente e ogni scelta locale genera conseguenze globali, allora diventa imprescindibile ripensare il modo in cui formiamo le coscienze, le competenze e le responsabilità individuali e collettive.
Il “mondo ideale” non è un’utopia distante, ma una direzione concreta che richiede un nuovo paradigma educativo. Un paradigma capace di integrare sapere, etica e azione. In questo senso, la formazione non può più limitarsi alla trasmissione di conoscenze tecniche o specialistiche: deve diventare uno spazio generativo, dove si coltivano pensiero critico, sensibilità ecologica, responsabilità sociale e capacità di visione.
Viviamo oggi una contraddizione evidente: disponiamo di strumenti tecnologici avanzati, ma spesso privi di una guida etica condivisa; assistiamo a una crescita economica che non sempre coincide con il benessere umano e ambientale; promuoviamo innovazione, ma senza garantire inclusione e coesione. È in questa frattura che la formazione può e deve intervenire, come leva strategica per colmare la distanza tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.
L’idea di ecologia proposta nel libro richiama con forza la necessità di una visione sistemica. Educare all’ecologia in questo senso significa aiutare le persone a comprendere che ogni dimensione della vita – ambientale, sociale, economica e culturale – è profondamente interconnessa. In ambito formativo questo si traduce nell’adozione di approcci interdisciplinari, capaci di superare la frammentazione del sapere e favorire una comprensione complessa della realtà. Non si tratta solo di “insegnare l’ambiente”, ma di educare a vivere nel mondo con consapevolezza, riconoscendo il valore delle relazioni e l’impatto delle proprie scelte.
Anche l’idea di innovazione condivisa, pone una sfida altrettanto cruciale: orientare la tecnologia al servizio del bene comune. La formazione, in questo contesto, deve sviluppare competenze non solo digitali, ma anche etiche. Non basta saper utilizzare gli strumenti: è necessario interrogarsi sul loro significato, sulle loro implicazioni, sulle conseguenze del loro utilizzo. L’innovazione, per essere davvero sostenibile, deve essere inclusiva, partecipata e guidata da valori. Questo implica un cambiamento nel modo di apprendere e insegnare: più collaborazione, più dialogo, più apertura a prospettive diverse.
Tutto va integrato tramite l’azione concreta, che rappresenta forse la sfida più impegnativa: ridurre la distanza tra pensiero e realtà. Troppo spesso la formazione resta confinata in una dimensione teorica, lontana dalla vita quotidiana. Il “mondo ideale” richiede invece un apprendimento esperienziale, capace di tradursi in comportamenti, scelte e pratiche concrete. Educare all’azione significa responsabilizzare, rendere protagonisti, stimolare il passaggio dall’“io” al “noi”. È in questo passaggio che si gioca il vero cambiamento.
La volontà, indicata nel libro come “unico strumento contro le difficoltà”, è un elemento centrale anche nel processo formativo. Non si tratta di una qualità innata, ma di una capacità che può essere coltivata. La formazione deve creare le condizioni affinché le persone sviluppino resilienza, determinazione e senso di responsabilità. In un mondo complesso e incerto, la volontà diventa la forza che permette di affrontare le sfide senza rinunciare, di trasformare le difficoltà in opportunità di crescita.
In questo scenario, il ruolo degli educatori, dei formatori e delle istituzioni educative è fondamentale. Essi sono chiamati non solo a trasmettere contenuti, ma a incarnare valori, a facilitare processi di consapevolezza, a sviluppare comunità di apprendimento. La formazione diventa così un atto profondamente etico, un impegno verso il futuro, una responsabilità condivisa.
Il “mondo ideale” non si concretizza attraverso grandi dichiarazioni, ma attraverso scelte quotidiane, coerenti e consapevoli. La formazione è il terreno su cui queste scelte possono nascere, crescere e consolidarsi. Le nuove competenze sono il nuovo luogo in cui si sviluppa la capacità di immaginare un futuro diverso e di agire per realizzarlo.
Il cambiamento di cui abbiamo bisogno non è solo tecnologico o economico, ma profondamente umano. Richiede una nuova alleanza tra conoscenza e responsabilità, tra innovazione e etica, tra individuo e collettività. La formazione, se orientata in questa direzione, può diventare il vero fondamento di questa trasformazione.
Dal singolo al collettivo, dall’io al noi: è questo il percorso che siamo chiamati a intraprendere. Non come spettatori, ma come protagonisti consapevoli di un destino condiviso. Stiamo vivendo un processo di trasformazione per dare vita insieme a una nuova umanità.
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Questo contributo rafforza una convinzione che attraversa l’intero progetto del Mondo Ideale:
non basta comprendere il cambiamento —
è necessario preparare le persone ad attraversarlo.
Per questo, il ruolo delle strutture formative diventa centrale, ma solo se saprà evolvere in una logica di collaborazione aperta, interdisciplinare e intergenerazionale.
La formazione non è più un servizio.
È una responsabilità.
E oggi più che mai, è nostro dovere esercitarla insieme.
Michele Piano
La volontà è l’unica arma contro le difficoltà: non rinunciamoci.
Soprattutto quando si tratta di accompagnare le nuove generazioni nel mondo che erediteranno.
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Dialoghi sul Mondo Ideale
Uno spazio di confronto tra visioni, competenze e responsabilità, per comprendere il presente e formare le generazioni che costruiranno il futuro.
Dialogo con Antonio Bassi
Project Management e Intelligenza Artificiale come leva decisionale per lo sviluppo sostenibile
Dopo aver richiamato, nei contributi precedenti, il valore della formazione come fondamento umano e culturale del cambiamento, questo dialogo ci porta dentro una dimensione altrettanto decisiva: quella della formazione manageriale e decisionale.
Il contributo del Prof. Antonio Bassi mostra con chiarezza come il project management, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della sostenibilità, non possa più essere inteso come una semplice tecnica di organizzazione, ma debba diventare una vera capacità di governo della complessità.
È proprio qui che emerge un’esigenza nuova e ormai non più rinviabile: costruire piattaforme formative evolute, assimilabili per spirito a quelle richiamate nel contributo della Prof.ssa Brunori, ma orientate al mondo dei manager, delle imprese e dei processi decisionali ad alta complessità.
Queste piattaforme non dovranno limitarsi a trasferire competenze. Dovranno integrare:
- formazione continua
- strumenti gestionali
- lettura dei dati
- orientamento strategico
- capacità di accompagnare l’innovazione nelle organizzazioni.
In questa prospettiva, il modello presentato nel convegno SUPSI del 2024 attraverso la piattaforma AIP – Agile Innovation Process rappresenta un riferimento particolarmente significativo: un ambiente in cui apprendimento, innovazione, processi e decisioni non sono più separati, ma diventano parte di un unico ecosistema dinamico.
È questo il punto decisivo: università, strutture formative private e imprese non possono più procedere su binari paralleli. Devono costruire infrastrutture comuni di apprendimento e trasformazione, capaci di interagire costantemente con il tessuto aziendale, anche in funzione dell’accesso alle risorse finanziarie e agli strumenti di supporto all’innovazione presentati nei contesti di confronto scientifico e professionale.
Il valore del contributo che segue sta proprio nel mettere a fuoco questa transizione:
dal project manager come gestore di attività al project manager come orchestratore digitale, etico e sistemico.
È una riflessione che riguarda non solo il management, ma il futuro stesso delle organizzazioni e dei territori. Perché formare chi decide significa, oggi più che mai, contribuire a determinare la qualità del mondo che verrà.
di Prof. Antonio Bassi
Presidente Associazione Project Management Svizzera
Testo integrale dell’autore.
Project Management e Intelligenza Artificiale come leva decisionale per lo sviluppo sostenibile
Come l’AI sta trasformando il ruolo del Project Manager nella gestione della complessità e nella transizione verso sistemi sostenibili.
Introduzione
Il
ruolo del Project Manager (PM) sta vivendo una trasformazione
profonda, che non può essere interpretata come un semplice
aggiornamento metodologico, ma deve essere compresa come un vero e
proprio cambio di paradigma. In un contesto globale caratterizzato da
crescente complessità, interdipendenza sistemica e pressione verso
modelli di sviluppo sostenibile, il PM non può più limitarsi a
governare le variabili classiche del progetto — tempo, costo e
qualità — secondo una logica lineare e deterministica.
La
sostenibilità introduce una dimensione ulteriore, che si estende ben
oltre il perimetro operativo del progetto e coinvolge impatti
ambientali, sociali ed economici su orizzonti temporali estesi. Ciò
implica che ogni decisione progettuale deve essere letta non solo in
termini di efficienza immediata, ma anche in termini di conseguenze
sistemiche e di lungo periodo.
In questo scenario, l’Intelligenza Artificiale (AI) si configura come un abilitatore cognitivo, capace di supportare il PM nell’interpretazione di sistemi complessi, nella gestione dell’incertezza e nella valutazione di scenari alternativi. L’AI non sostituisce il giudizio umano, ma lo potenzia, permettendo una sintesi più evoluta tra analisi quantitativa e valutazione qualitativa.
Questa evoluzione è coerente con il paradigma del Project Management Evolutivo e con il framework INSPIRE (Integrated, Sustainable, Predictive, Innovative, Responsive and Efficient), in cui la sostenibilità e l’integrazione diventano elementi strutturali del processo decisionale.
1. Il Project Manager nell’era della sostenibilità
Lo sviluppo sostenibile rappresenta oggi una condizione imprescindibile per la legittimità delle decisioni organizzative. I 17 Sustainable Development Goals (SDGs) delle Nazioni Unite impongono una revisione profonda dei modelli produttivi e dei processi decisionali, richiedendo alle organizzazioni di integrare dimensioni ambientali, sociali ed economiche in modo coerente e sistemico.
In questo contesto, il Project Manager assume un ruolo centrale, diventando il punto di convergenza tra strategia e operatività. Non si tratta più soltanto di “fare bene i progetti”, ma di “fare i progetti giusti”, cioè coerenti con una visione sostenibile e di lungo periodo.
La complessità aumenta esponenzialmente: i progetti non sono più sistemi chiusi, ma ecosistemi aperti, in cui stakeholder, normative, tecnologie e impatti si influenzano reciprocamente. Il PM deve quindi sviluppare una capacità di lettura sistemica, in grado di cogliere le interconnessioni e di anticipare le dinamiche emergenti.
In questa prospettiva, emerge con forza la figura del Digital Project Orchestrator (DPO), che supera il ruolo tradizionale del PM e si configura come orchestratore di informazioni, tecnologie e relazioni, capace di guidare il progetto in contesti ad alta complessità e incertezza.
2. Il contributo dell’Intelligenza Artificiale al processo decisionale
L’Intelligenza Artificiale introduce una discontinuità significativa nel modo in cui le decisioni vengono assunte all’interno dei progetti, non tanto per la semplice disponibilità di nuovi strumenti, quanto per la capacità di trasformare radicalmente il rapporto tra dati, interpretazione e azione. Analizzando grandi quantità di informazioni, individuando pattern non immediatamente visibili e generando previsioni, l’AI consente di superare i limiti dell’analisi tradizionale, ampliando il perimetro cognitivo entro cui il Project Manager opera.
Questo contributo si manifesta lungo l’intero insieme dei processi di project management, ma non in modo uniforme o meccanico: cambia, piuttosto, la qualità del supporto decisionale. Nei processi di pianificazione, l’AI permette di costruire rappresentazioni più robuste del futuro, migliorando la qualità delle stime e rendendo più strutturata l’identificazione di rischi e opportunità. Non si tratta solo di maggiore precisione, ma di una capacità più ampia di esplorare scenari alternativi e di comprendere le possibili evoluzioni del progetto.
Nei processi di esecuzione, il contributo dell’AI si traduce in una gestione più efficace delle attività e delle risorse, grazie a una maggiore capacità di coordinamento e adattamento dinamico. L’attenzione si sposta dalla semplice implementazione al governo continuo delle interazioni tra elementi del progetto, in contesti caratterizzati da elevata variabilità.
È tuttavia nei processi di monitoraggio e controllo — che si sviluppano in modo continuo e trasversale lungo l’intero ciclo di vita — che l’AI esprime uno dei suoi contributi più significativi. Il controllo non è più un’attività periodica e reattiva, ma diventa un processo dinamico, in grado di intercettare tempestivamente le deviazioni e di supportare l’attivazione di azioni correttive e preventive in modo sempre più tempestivo e mirato.
Questa evoluzione trova una sintesi particolarmente evidente nel supporto alle decisioni multi-criterio. La sostenibilità impone infatti di confrontarsi con obiettivi tra loro interdipendenti e spesso in tensione — efficienza economica, impatto ambientale, equità sociale — che non possono essere ridotti a un’unica metrica. L’AI consente di rendere espliciti questi trade-off, di simulare configurazioni alternative e di supportare decisioni che, pur non essendo mai “ottimali” in senso assoluto, risultano più consapevoli e giustificabili.
In questa prospettiva, il contributo dell’AI non si esaurisce nel miglioramento delle performance operative, ma incide sulla natura stessa del project management, rendendolo più integrato, predittivo e responsivo. È proprio in questa capacità di integrazione che si ritrova la coerenza con il framework INSPIRE, in cui il valore del progetto emerge dalla qualità delle decisioni e dalla loro capacità di generare effetti sostenibili nel tempo.
3. Applicazioni nei contesti reali
Le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale nel project management sostenibile non rappresentano una semplice estensione tecnologica di pratiche esistenti, ma testimoniano un cambiamento più profondo nel modo in cui i progetti vengono concepiti, valutati e governati. Ciò che emerge non è tanto la molteplicità degli ambiti di utilizzo, quanto la capacità dell’AI di intervenire nei nodi decisionali più critici, dove si intrecciano efficienza operativa e impatto sistemico.
Nel settore energetico, ad esempio, l’AI consente di superare una logica progettuale statica, introducendo modelli predittivi in grado di integrare variabili climatiche, tecniche ed economiche lungo l’intero ciclo di vita degli impianti. In questo modo, la qualità delle decisioni iniziali non si esaurisce nella fase di progettazione, ma si riflette in una maggiore sostenibilità e resilienza nel tempo.
Una dinamica analoga si osserva nei progetti di trasformazione urbana. Nel contesto delle smart city, l’AI permette di leggere la città come un sistema complesso, in cui mobilità, consumi energetici, qualità dell’aria e dinamiche sociali sono profondamente interconnessi. Le decisioni progettuali non si limitano più a ottimizzare singoli elementi, ma si orientano verso configurazioni più equilibrate e sostenibili, capaci di migliorare la qualità della vita complessiva.
Anche nella gestione della supply chain, il contributo dell’AI va oltre l’efficienza operativa. La possibilità di tracciare e analizzare l’intera catena di fornitura introduce una nuova dimensione di trasparenza, rendendo visibili impatti ambientali e sociali che in passato rimanevano impliciti. Questo consente al Project Manager di integrare criteri di sostenibilità nelle decisioni di approvvigionamento, trasformando la supply chain da semplice supporto operativo a leva strategica.
Ciò che accomuna questi contesti non è la tecnologia in sé, ma il cambiamento nel modo di decidere. L’AI non si limita a migliorare l’efficienza dei processi esistenti, ma contribuisce a ridefinire i criteri attraverso cui il valore del progetto viene interpretato e perseguito. È in questa capacità di incidere sulle logiche decisionali che l’Intelligenza Artificiale si configura come una leva strategica per la creazione di valore sostenibile, trasformando in profondità il project management.
4. Sfide e limiti
L’adozione dell’Intelligenza Artificiale nel project management introduce una serie di criticità che non possono essere affrontate in modo isolato, ma devono essere comprese all’interno di una logica sistemica.
Il primo livello di attenzione riguarda la qualità dei dati. L’AI, per sua natura, non genera conoscenza autonoma, ma rielabora informazioni disponibili: se queste risultano incomplete, distorte o non rappresentative, anche le decisioni che ne derivano rischiano di essere fuorvianti. Il problema non è quindi tecnologico, ma epistemologico: riguarda il modo in cui la realtà viene rappresentata e tradotta in dati.
Su questa base si innesta un secondo rischio, più sottile ma altrettanto rilevante: la progressiva delega del giudizio alla tecnologia. Quando le raccomandazioni generate dall’AI vengono percepite come oggettive o “neutrali”, il Project Manager può essere indotto a ridurre il proprio livello di analisi critica, trasformando il processo decisionale in una forma di esecuzione assistita. In questo senso, il rischio non è l’errore della macchina, ma l’atrofia del pensiero umano.
A questi elementi si aggiunge un ulteriore livello di complessità, che introduce una vera e propria tensione interna al paradigma della sostenibilità: l’impatto ambientale dell’AI stessa. I sistemi più avanzati richiedono infatti risorse energetiche significative, generando un paradosso evidente: strumenti utilizzati per supportare decisioni sostenibili possono, a loro volta, contribuire a generare impatti negativi.
Queste tre dimensioni — qualità dei dati, autonomia del giudizio e sostenibilità degli strumenti — non sono indipendenti, ma interconnesse. È proprio nella loro integrazione che emerge la necessità di un approccio coerente con il Project Management Evolutivo, in cui la tecnologia non viene adottata in modo acritico, ma valutata all’interno di un sistema più ampio di relazioni, impatti e responsabilità.
5. Competenze del Project Manager del futuro
L’evoluzione del project management in contesti sempre più complessi e digitalizzati rende evidente come il profilo del Project Manager non possa più essere ricondotto a un insieme di competenze specialistiche isolate. Ciò che emerge è piuttosto la necessità di una integrazione profonda tra dimensioni diverse del sapere e dell’agire.
In primo luogo, il PM è chiamato a sviluppare una nuova forma di alfabetizzazione tecnologica: non si tratta di diventare un esperto di Intelligenza Artificiale, ma di comprenderne i principi di funzionamento, le logiche sottostanti e, soprattutto, le implicazioni decisionali. Senza questa consapevolezza, il rischio è quello di utilizzare strumenti avanzati senza una reale capacità di interpretarli.
Tuttavia, la competenza tecnica, da sola, non è sufficiente. L’aumento della complessità richiede una capacità di lettura sistemica, che consenta di cogliere le interconnessioni tra variabili economiche, ambientali e sociali. Il pensiero sistemico diventa quindi il vero elemento abilitante, permettendo al PM di superare una visione frammentata e di orientarsi all’interno di contesti dinamici e interdipendenti.
È proprio su questa base che emerge con forza la dimensione etica. Quando le decisioni progettuali incidono su ecosistemi, comunità e generazioni future, il PM non può limitarsi a valutazioni di efficienza, ma deve assumere una responsabilità più ampia, che riguarda il senso e le conseguenze delle proprie scelte. L’etica, in questo contesto, non è un vincolo esterno, ma una componente intrinseca del processo decisionale.
L’integrazione di queste dimensioni — tecnologica, sistemica ed etica — non rappresenta semplicemente un arricchimento del profilo professionale, ma segna una vera e propria trasformazione del ruolo. È in questo passaggio che prende forma la figura del Digital Project Orchestrator, capace di connettere tecnologia, strategia e valori all’interno di una visione unitaria, orientata alla creazione di valore sostenibile nel lungo periodo.
6. Conclusioni
La convergenza tra project management, intelligenza artificiale e sostenibilità non rappresenta semplicemente un’evoluzione tecnica o metodologica, ma segna un cambiamento più profondo nel modo stesso di concepire il valore dei progetti. In un contesto caratterizzato da crescente complessità e interdipendenza, l’Intelligenza Artificiale offre al Project Manager strumenti in grado di ampliare la capacità di lettura, anticipazione e gestione delle dinamiche sistemiche, rendendo il processo decisionale più informato e consapevole.
Tuttavia, proprio questa potenza richiede un cambiamento di prospettiva. Il futuro del project management non può essere interpretato come una progressiva sostituzione dell’uomo con la macchina, ma come la costruzione di una sintesi più avanzata tra capacità tecnologica e responsabilità umana. L’AI non decide: suggerisce, elabora, supporta. È il Project Manager che attribuisce senso, che valuta le implicazioni e che assume la responsabilità delle scelte.
In questa prospettiva, il ruolo del PM si rafforza e si ridefinisce: non più semplice gestore dell’efficienza operativa, ma garante di un equilibrio complesso tra risultati economici, impatti sociali e sostenibilità ambientale. È proprio nella capacità di mantenere questo equilibrio che si misura il valore reale del progetto, ben oltre i suoi confini temporali e organizzativi.
La sostenibilità, quindi, non può essere interpretata come un vincolo imposto al project management, ma come la condizione che ne orienta il significato e ne amplia l’orizzonte. E l’Intelligenza Artificiale, se governata con consapevolezza e responsabilità, può diventare uno degli strumenti più potenti per rendere questa visione concretamente realizzabile.
In ultima analisi, il progresso non dipenderà dalla tecnologia che sapremo sviluppare, ma dalla capacità di utilizzarla per prendere decisioni migliori. Ed è proprio in questo spazio — tra ciò che è possibile fare e ciò che è giusto fare — che si colloca il Project Manager del futuro.
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Questo contributo rafforza ulteriormente una convinzione che attraversa l’intero progetto del Mondo Ideale:
non esiste innovazione sostenibile senza qualità delle decisioni.
E la qualità delle decisioni dipende, oggi più che mai, dalla capacità di integrare conoscenza, tecnologia e responsabilità.
È per questo che la formazione manageriale non può più essere separata dai processi reali.
Deve evolvere in piattaforme vive, capaci di connettere università, strutture formative e imprese, trasformando l’apprendimento in azione concreta.
Il modello emerso nel contesto SUPSI, con la piattaforma AIP, indica una direzione chiara:
non più formazione da un lato e gestione dall’altro, ma un unico ecosistema in cui si sviluppano competenze, decisioni e innovazione.
È su queste basi che si gioca una partita fondamentale:
formare una nuova generazione di manager capaci non solo di gestire la complessità, ma di governarla con consapevolezza.
Perché il futuro non sarà determinato dalla tecnologia che avremo a disposizione,
ma dalle decisioni che saremo in grado di prendere.
E formare chi decide significa, in ultima analisi, contribuire a costruire il mondo che verrà.
Michele Piano
La volontà è l’unica arma contro le difficoltà: non rinunciamoci.
Soprattutto quando si tratta di accompagnare le nuove generazioni nel mondo che erediteranno.
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Dialoghi sul Mondo Ideale
Uno spazio di confronto tra visioni, competenze e responsabilità, per comprendere il presente e formare le generazioni che costruiranno il futuro.
Dialogo con Simone Billi
Dall’Io al Noi: una visione concreta per il futuro
Dalla visione globale all’azione locale: comunità, imprese e territori come motori del cambiamento.
Questo contributo rappresenta, in modo naturale, una sintesi e allo stesso tempo un’apertura operativa dell’intero percorso dei Dialoghi sul Mondo Ideale.
L’Onorevole Simone Billi coglie con particolare lucidità il cuore del progetto:
non la mancanza di risorse, ma la necessità di un cambio di paradigma.
Una visione che assume un valore ancora più significativo perché nasce non da una lettura formale del libro, ma da un ascolto attento e consapevole dei suoi contenuti. Una capacità, oggi rara, di comprendere la direzione prima ancora della struttura.
Ma questo contributo suggerisce anche un passaggio ulteriore, decisivo:
👉 trasformare la visione in strumento concreto di sviluppo nei territori
I temi affrontati nel libro — ecologia integrata, innovazione condivisa, responsabilità collettiva — possono e devono diventare la base culturale e operativa di circoli locali, capaci di attivare comunità, imprese e competenze.
In questa prospettiva, le riflessioni si collegano direttamente ai modelli emersi nel convegno SUPSI 2024 e alle piattaforme evolutive richiamate nei contributi precedenti:
ecosistemi in cui formazione, innovazione e capacità gestionale si integrano e dialogano con il mondo produttivo.
È proprio in questo spazio che si apre una straordinaria opportunità:
👉 utilizzare in modo concreto anche le risorse finanziarie disponibili per le PMI locali, trasformandole in leva di sviluppo sostenibile e coesione sociale.
Un valore che assume un significato ancora più profondo per gli italiani nel mondo.
Chi vive all’estero, come chi scrive, porta con sé non solo un’esperienza internazionale, ma anche un legame forte con i territori di origine.
E proprio attraverso questi strumenti — culturali, formativi e operativi — diventa possibile contribuire realmente alla loro crescita, superando la distanza geografica.
Il contributo che segue offre quindi una chiave di lettura chiara e potente:
👉 il passaggio dall’Io al Noi non è solo un principio culturale
👉 è una strategia concreta di sviluppo
di On. Simone Billi
Presidente Comitato Italiani nel Mondo
Testo integrale dell’autore.
Il mondo contemporaneo vive una contraddizione profonda: mai come
oggi l’umanità è stata così interconnessa, e mai come oggi
appare così frammentata. Le crisi ambientali, sociali, economiche e
tecnologiche non sono fenomeni isolati, ma manifestazioni convergenti
di un medesimo squilibrio: abbiamo costruito sistemi complessi senza
una visione integrata, abbiamo innovato senza sempre interrogarci
sulla direzione etica dell’innovazione, abbiamo perseguito la
crescita senza chiederci quale equilibrio umano e sociale essa
producesse.
Il libro propone una riflessione lucida e, allo
stesso tempo, coraggiosa: il problema non è la mancanza di risorse,
ma la mancanza di paradigma. Continuiamo a progettare il futuro come
se fossimo separati, mentre viviamo in un ecosistema globale in cui
ogni scelta locale genera conseguenze globali. È un cambio di
prospettiva che chiede maturità collettiva. Non basta riconoscere
che le sfide sono interconnesse; occorre assumere che anche le
soluzioni devono esserlo.
Il “mondo ideale” evocato nel
volume non è un’utopia astratta né un esercizio retorico. È una
proposta concreta: un modello integrato capace di unire ecologia,
economia, tecnologia, etica e capitale umano. L’ecologia non può
essere ridotta a tutela ambientale separata dal sistema produttivo;
l’economia non può ignorare la sostenibilità sociale; la
tecnologia non può procedere senza un orientamento valoriale;
l’etica non può restare teoria disincarnata. Tutto è connesso, e
proprio questa consapevolezza diventa il fondamento di un nuovo
equilibrio.
Il cuore del libro è racchiuso nella tensione tra
“Io” e “Noi”. L’Io rappresenta il paradigma
dell’individualismo autoreferenziale: competizione senza
cooperazione, successo senza coesione, crescita senza responsabilità
condivisa. Questo modello ha prodotto progresso, ma anche fratture
evidenti. Il Noi, al contrario, non nega l’identità personale, ma
la colloca in una dimensione relazionale e comunitaria. Non è
l’annullamento dell’individuo, bensì la sua maturazione: la
consapevolezza che la libertà autentica non è isolamento, ma
partecipazione.
Il passaggio dall’Io al Noi è prima di
tutto culturale. Significa superare la frammentazione tra discipline,
tra interessi, tra generazioni. Significa concepire l’innovazione
come strumento al servizio del bene comune, non come fine
autoreferenziale. Significa tradurre le idee in azione concreta,
riducendo la distanza tra pensiero e realtà. Il cambiamento, in
questa prospettiva, non è teorico: è una responsabilità.
Il
libro invita a una convergenza nuova tra ecologia integrale,
innovazione condivisa e azione concreta. Ecologia integrale significa
riconoscere che le dimensioni della vita – ambientale, economica,
sociale e culturale – sono inseparabili. Innovazione condivisa
significa orientare tecnologia e ricerca verso obiettivi di
sostenibilità e coesione. Azione concreta significa assumere
decisioni coerenti, capaci di incidere nella realtà quotidiana,
dalle politiche pubbliche alle scelte individuali.
Non si
tratta di ottimismo ingenuo. Le crepe del modello attuale sono
evidenti. Ma proprio per questo la volontà diventa l’elemento
decisivo. Ogni trasformazione storica nasce da una consapevolezza
condivisa e da una scelta. Il mondo ideale non è qualcosa che accade
spontaneamente: è il risultato di un metodo, di una visione e di un
impegno collettivo.
In definitiva, questo libro non propone
una fuga nel sogno, ma un percorso di responsabilità. Ci ricorda che
viviamo su un’unica “nave” e che il destino è condiviso. La
vera alternativa non è tra progresso e conservazione, tra sviluppo e
tutela, tra individuo e comunità. L’alternativa è tra continuare
a pensare come Io separati o scegliere di agire come Noi consapevoli.
È in questa scelta che si gioca la possibilità concreta di
costruire un mondo migliore.
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Questo contributo chiude, ma allo stesso tempo rilancia, il percorso dei Dialoghi sul Mondo Ideale.
Se la visione è globale, l’azione deve essere locale.
Se il paradigma è il “Noi”, allora deve tradursi in comunità, imprese e territori capaci di collaborare.
È qui che il progetto trova la sua dimensione più concreta:
nella possibilità di costruire reti, piattaforme e strumenti che rendano reale ciò che oggi appare ancora come visione.
Perché il cambiamento non nasce nei grandi enunciati,
ma nelle comunità che scelgono di agire.
E oggi, più che mai, abbiamo il dovere di creare le condizioni affinché questo accada.
Michele Piano
La volontà è l’unica arma contro le difficoltà: non rinunciamoci.
Soprattutto quando si tratta di accompagnare le nuove generazioni e i territori nel mondo che stanno ereditando.
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